venerdì 30 aprile 2010

Manifesto per l'acqua bene comune





Dal sito del "manifesto" riprendo questo sintetico "manifesto" che ricorda le regioni di fondo a favore della gestione pubblica.

Privatizzare l’acqua vuol dire in primo luogo farla costare di più per farla "rendere".

Questa prospettiva basterebbe da sola per mettere sull’avviso i cittadini, perché si entrerebbe in una logica diversa da quella che regola i beni di tutti: il nuovo possessore potrebbe venderla, cederla a chi può pagare di più. La tendenza dell’acqua (e della sua proprietà) scorrerebbe sempre, come l’acqua del fiume, dal piccolo al grande: ad esempio, in un periodo di siccità potrebbe avvenire che l’acqua disponibile non venga più ripartita tra tutti in modo equo, secondo un metodo democratico e civile, ma seguendo altri principi, quelli del potere economico.

Vi sono poi altri buoni motivi, tutti estremamente pratici, che consigliano di non cedere l'acqua ai privati, ma di mantenerla gelosamente in mano pubblica:

- Nell’intento di guadagnare, il venditore privato dell’acqua tenderà a venderne il più possibile per aumentare il fatturato e i profitti. L’idea del risparmio, di un uso cauto dell’acqua, per evitare gli sprechi eccessivi e non intaccare le scorte dei bacini sotterranei, non alterare lo scorrere dei fiumi lo stato dei laghi, sarebbe del tutto estranea agli investitori che devono rendere conto a soci e fondi d’investimento, al cosiddetto mercato e quindi pensano di avere una ragione fortissima per vendere il massimo quantitativo di acqua disponibile.

- L’opportunità di conoscere con precisione la risorsa idrica (dalle fonti al sistema dei consumi) è essenziale per i cittadini, ma non lo è nello stesso modo e senso dai gestori privati che hanno tutto l’interesse a tenere per sé alcune informazioni che potrebbero «turbare» il pubblico dei consumatori e diffonderne invece altre che spingano verso consumi innaturali.

- La conoscenza dei problemi e per contro dei costi e dei benefici orienta in modo assai diverso gli investimenti e le tariffe dell’acqua: le priorità e quindi le spese che il pubblico è disposto o ritiene di dover fare non coincidono con quelle dei padroni dell’acqua.

- Il meccanismo decisionale che ne scaturisce può quindi essere il risultato di un dibattito democratico con le conseguenti scelte esperte ed equanimi, oppure l’esito di un confronto tra i soci la cui priorità non è il bene comune ma il profitto aziendale, la soddisfazione dei soci e un dividendo più solido: ragioni forti ma che non hanno niente a che fare con la sete delle persone e la necessità di non sprecare l’acqua, il bene più prezioso che abbiamo.
















Argomenti collegati:

- L'acqua non si vende. Sito internet del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e del coordinamento nazionale promotore dei referendum
- L'acqua non si vende. Partono i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni. Una battaglia di civiltà, una battaglia contro il capitalismo
- Giornata mondiale dell'acqua. Preservare l'acqua bene comune e pubblico: una battaglia contro il capitale, una battaglia di civiltà
- In difesa dell'acqua bene comune e pubblico. L'appello della manifestazione nazionale del 20 marzo a Roma
- Acqua, come ci sarà tolta. Un articolo di approfondimento sulla legge che privatizza i servizi idrici locali.
- Chi della privatizzazione si è pentito: il caso di Parigi.
- Le rivolte dell'acqua in giro per il mondo: Cochabamba, Kerala.
- Per capire la logica della appropriazione capitalistica dei beni comuni (che trasforma i precedenti proprietari/possessori in poveri, in proletari, in "clienti" dipendenti...) sono illuminanti le pagine del XXIV capitolo del I libro del Capitale di Marx dedicate alla "accumulazione originaria": in questo post se ne trova una sintesi; vi si può leggere anche la testimonianza di Tommaso Moro, l'autore di Utopia, sul fenomeno delle enclosures con cui nel XVI secolo si attuò la privatizzazione delle terre comuni.
- Un Nobel comunista? Sul Nobel per l'economia 2009 a Elinor Olstrom, studiosa statunitense che si occupa da decenni della gestione dei beni comuni i cui studi hanno dimostrato che la gestione più efficiente è quella affidata alle comunità locali.
- The Drama of the Commons: testo collettivo, curato fra gli altri da Elinor Olstrom, che fa il punto sugli studi internazionali in tema di beni comuni. Scaricabile gratuitamente.


mercoledì 28 aprile 2010

Referendum acqua: PD e IdV non ci sono


Meglio così: è più chiaro chi sono gli amici e chi sono i nemici dell'acqua pubblica


Riprendo qui sotto, dalla mailing list della campagna referendaria, un intervento di Marco Bersani di ATTAC che, a partire da uno spunto di cronaca relativo al primo, straordinario fine settimana della campagna referendaria (oltre 100 mila firme in due giorni in tutta Italia), ragiona sull'assenza del Partito Democratico e dell'Italia dei Valori da questo grande movimento popolare che si è avviato per la difesa dell'acqua bene comune pubblico.


















Non credo che ci si debba dispiacere se gli apparati ufficiali di questi due partiti non ci sono. Anzi, c'è solo da rallegrarsene. Si tratta di un elemento di chiarezza politica.
PD e IdV sono due formazioni, al di là delle differenze fra loro, politicamente liberali e socialmente "borghesi", che cioè rappresentano e difendono l'ordine capitalistico esistente, al di là dei ritocchi riformistici che possono essere disposte a concedere.
Il movimento per la difesa dei beni comuni è invece, nella sua logica profonda, un movimento anticapitalistico, perché rifiuta di sottostare agli imperativi delle privatizzazioni, del mercato e del profitto, a cui contrappone la proprietà comune, la gestione pubblica sottoposta al controllo democratico, la priorità dei bisogni delle persone e l'attenzione ai vincoli ambientali.
Dunque è bene che i rispettivi ruoli non si confondano: sarà più chiaro per tutti chi sono gli amici e chi sono i nemici dell'acqua pubblica.
D'altra parte, non è questa una distinzione "ideologica" fatta a tavolino. E' una conclusione che discende innanzi tutto dalla storia delle privatizzazioni, e di quella dell'acqua in particolare, degli ultimi quindici anni in questo paese, in cui il centrosinistra ha giocato un ruolo di punta, non certo di freno. Da Bassanini a Prodi, da Debenedetti a Bersani, senza dimenticare gli amministratori locali, il PD ha lavorato attivamente per consegnare al capitale i servizi pubblici locali. E l'IdV, a Roma come a Strasburgo, sulle questioni cruciali, non ha fatto mancare il suo voto, dal federalismo fiscale alle nuove norme europee sull'orario di lavoro.
Queste considerazioni non vogliono proporre di erigere steccati contro il popolo che ha votato o che pensa di votare centrosinistra, e PD e IdV in particolare, o anche contro singole personalità o strutture di base di questi partiti. Tutt'altro. Se alcuni di costoro si uniscono convintamente alla campagna referendaria non c'è problema, la contraddizione è tutta loro, e noi lavoreremo perché la risolvano nel senso positivo di una rottura con le posizioni liberali. Ma nessuna concessione di principio deve essere fatta alle posizioni di PD e IdV.
La forza di questa campagna referendaria è proprio la chiarezza della sua impostazione, il messaggio semplice e diretto che riesce a comunicare ai cittadini e ai lavoratori e che trova spontanea adesione in convinzioni per fortuna ancora largamente radicate: sui beni comuni e sui servizi pubblici essenziali non ci si può affidare alle mere logiche economiche del mercato e del capitale, non si deve consentire a nessuno di fare profitti.
Non è ancora una posizione anticapitalistica chiara in termini complessivi, ma è la base su cui lavorare per far comprendere il fallimento delle politiche liberiste e del mercato e più in generale dell'economia capitalistica, e per riformulare oggi una ipotesi credibile di socializzazione dell'economia. La battaglia dell'acqua ha anche questa posta in gioco.
La campagna referendaria è solo il primo passo di un percorso tutt'altro che scontato in cui non mancheranno strettoie istituzionali che cercheranno di bloccare o di deviare questo movimento. E' bene sapere fin da ora che non sarà facendo affidamento alle disponibilità interessate che potranno venire dal PD o dall'IdV che questa battaglia potrà vincere, ma soltanto facendo leva sulla mobilitazione che riuscirà a costruire dal basso nel paese e per la quale la chiarezza dei contenuti e delle prospettive è una condizione imprescindibile.
L'acqua non deve essere merce, ma diritto universale; l'acqua non si vende, deve restare bene pubblico; fuori l'acqua dal mercato, fuori il profitto dall'acqua: sono punti su cui non c'è mediazione possibile. Altre ipotesi (authority pubblica, società a capitale misto, ecc.), sono solo il cavallo di troia della privatizzazione e del capitale. Per questo vanno respinte e su di esse va fatta da subito la dovuta chiarezza.
[t.b., 28 aprile 2010]



REFERENDUM ACQUA: LA SIGNORA CAMILLA, L’ON. BERSANI E L’ON. DI PIETRO


di Marco Bersani
(Attac Italia - Forum italiano dei movimenti per l’acqua)


Sabato 24 aprile, Roma, largo Argentina. Si ferma l’autobus, la signora Camilla scende. Si avvia sotto la pioggia. Con passo lento ma determinato. Rifiuta il volantino, sa già cosa fare. Muove verso il banchetto e firma i referendum per l’acqua. Poi si volta e ripercorre il cammino verso l’autobus. “Adesso posso tornare a casa” dice prima di salirvi. La signora Camilla ha 90 anni.
Come lei, nel primo week end di raccolta firme, altre centomila fra donne e uomini di tutto il Paese, di diversa età e di differente storia personale, hanno firmato, dopo interminabili code, ai banchetti dei referendum per l’acqua.
In una conferenza stampa, il segretario del PD, On. Bersani, dice di guardare con simpatia chi raccoglie le firme, ma annuncia una petizione e una proposta di legge per riaggiustare la legislazione sull’acqua.
In un’intervista, il presidente dell’Italia dei Valori, On. Di Pietro, conferma che partirà con un suo referendum separato sull’acqua, per modificare l’ultima legge, lasciando inalterato il quadro di mercificazione dell’acqua e del servizio idrico in questo Paese.
C’è qualcosa che non funziona.
Qualcosa che l’On. Bersani e l’On. Di Pietro si ostinano a non capire.
Qualcosa che la signora Camilla e i centomila hanno capito benissimo.
Perché qui non si tratta di “petire” perché qualcuno ascolti. Come non si tratta di agitare temi o bandiere da usare sul mercato della politica o della visibilità di partito. E non c’è nulla da aggiustare nell’esistente.
Le donne e gli uomini, consapevoli e informati, che hanno riempito i banchetti del fine settimana dicono a chiare lettere che l’esistente non va per niente bene, che va cambiato radicalmente, che l’acqua dev’essere pubblica.
Vogliono che un bene essenziale come l’acqua sia sottratto al mercato.
Vogliono che sull’acqua nessuno faccia profitti.
Senza se e senza SpA.
Forse l’On. Bersani e l’On. Di Pietro dovrebbero ogni tanto disertare “Porta a porta” e aprire per una volta le finestre: scoprirebbero le migliaia di donne e uomini che sono impegnati in questa campagna.
Molti di loro sono alla loro prima esperienza di attivismo sociale.
Alcuni di loro, più che benvenuti, sono iscritti ai loro partiti.
Scoprirebbero la straordinaria realtà di una grande coalizione sociale dal basso capace di intercettare, senza padrini politici e senza i grandi mass media, un’esigenza reale e diffusa di partecipazione, un bisogno reale di democrazia, una dignità non sopita.
La realtà che manca ai due onorevoli è quella di una grande narrazione sociale sull’acqua e i beni comuni che in questi anni ha attraversato i territori di questo Paese, ha mobilitato energie e intelligenze, ha costruito nuove relazioni e appartenenze. E una forte domanda di futuro.
Ma facciano pure, l’On. Bersani e l’On. Di Pietro.
Noi siamo altro e, dopo queste due straordinarie prime giornate di campagna, ne siamo ancor più certi e consapevoli.
Loro sono il passato, quello che non lascerà tracce.
Noi guardiamo al futuro e portiamo con noi la memoria migliore.
La signora Camilla, appunto.



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Sulla posizione dell'Italia dei valori (anche qui)

L'acqua non si vende. Partono i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni. Una battaglia di civiltà, una battaglia contro il capitalismo

Giornata mondiale dell'acqua. Preservare l'acqua bene comune e pubblico: una battaglia contro il capitale, una battaglia di civiltà

L'acqua non si vende. Sito internet del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e del coordinamento nazionale promotore dei referendum

World Water Day 2010: sito e pagina dedicata alla giornata dell'acqua

In difesa dell'acqua bene comune e pubblico. L'appello della manifestazione nazionale del 20 marzo a Roma

Acqua, come ci sarà tolta. Un articolo di approfondimento sulla legge che privatizza i servizi idrici locali.

Acqua pubblica: iniziativa al Parlamento europeo. Un articolo informativo sulla giornata internazionale dell'acqua e sulle iniziative in campo

Per approfondire, si può leggere la Piccola guida al consumo critico dell'acqua di Luca Martinelli (64 pp., 3 euro)
Vedi anche il sito: www.acquabenecomune.org

Chi della privatizzazione si è pentito: il caso di Parigi. Altri link sulla rivolte dell'acqua in giro per il mondo:Cochabamba, Kerala, ... .

Per capire la logica della appropriazione capitalistica dei beni comuni (che trasforma i precedenti proprietari/possessori in poveri, in proletari, in "clienti" dipendenti...) sono illuminanti le pagine del XXIV capitolo del I libro del Capitale di Marx dedicate alla "accumulazione originaria": in questo post se ne trova una sintesi; vi si può leggere anche la testimonianza di Tommaso Moro, l'autore di Utopia, sul fenomeno delle enclosures con cui nel XVI secolo si attuò la privatizzazione delle terre comuni.

Un Nobel comunista? Sul Nobel per l'economia 2009 a Elinor Olstrom, studiosa statunitense che si occupa da decenni della gestione dei beni comuni i cui studi hanno dimostrato che la gestione più efficiente è quella affidata alle comunità locali.


lunedì 26 aprile 2010

Il nucleare non serve all'Italia


Appello delle associazioni ambientaliste nel ventiquattresimo anniversario di Chernobyl


A ventiquattro anni dal disastro di Chernobyl le associazioni ambientaliste italiane lanciano un appello per un comitato nazionale che renda visibile a tutti come quella di far tornare il nucleare in Italia sia una scelta sbagliata.


Crediamo che la scelta del Governo di far tornare il nucleare in Italia sia una scelta sbagliata e rischiosa, che non fa gli interessi dei cittadini e del Paese. Alcuni dati lo dimostrano:
- L’Italia ha una potenza elettrica installata di ormai quasi 100.000 megawatt, mentre il picco di consumi oggi non supera i 55.000 megawatt. Le recenti dichiarazioni di autosufficienza energetica dei Presidenti di alcune regioni italiane valgono anche per il resto del Paese. Non abbiamo dunque bisogno di nuova energia ma di energia rinnovabile in sostituzione di quella fossile.
- Il nucleare costa troppo, in nessun paese al mondo si costruiscono centrali senza finanziamenti pubblici e garanzie statali, che ricadono poi sulle tasse e le bollette pagate dai cittadini. In Italia si distoglierebbero risorse importanti dalla ricerca per l’innovazione tecnologica e dalla diffusione dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili.
- A fronte però dell’impiego di così ingenti risorse pubbliche, la risposta alla crisi economica e occupazionale non è significativa, soprattutto se equiparata al rapporto tra occupazione e investimento nei settori dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. Secondo uno studio dell’Unione Europea del 2009 investire oggi per raggiungere nel 2020 il 20% di rinnovabili creerà 2,8 milioni di posti di lavoro con oltre 2000 imprese coinvolte.
- Il nucleare continua a essere rischioso: anche per i reattori di terza generazione EPR in costruzione sono emersi gravi problemi di sicurezza, come hanno denunciato a novembre 2009, con una nota congiunta, le Agenzie di Sicurezza di Francia, Regno Unito e Finlandia. Inoltre, è utile ricordare che nel mondo non è stato ancora risolto il problema di dove depositare in modo sicuro e definitivo le scorie.
- Il nucleare non ridurrebbe la dipendenza energetica dall’estero perché importeremmo l’uranio e, secondo il recente accordo sottoscritto con la Francia, importeremmo tecnologia e brevetti esteri per tutto il ciclo di vita fino alla messa in sicurezza delle scorie.
- Quanto al presunto “rinascimento” del nucleare nel mondo, i Paesi che lo hanno scelto negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, sono costretti a prolungare l’attività delle loro centrali per evitare gli ingenti costi di smantellamento degli impianti a fine vita, come in Germania, o a progettarne di nuove, per evitare la crisi di un costosissimo comparto industriale, come in Francia.
- Infine il nucleare non darà nessun contributo a rispettare i vincoli posti dall’Unione Europea per ridurre le emissioni di CO2 del 20% entro il 2020, perché le prime centrali non saranno operative prima del 2026-2030, e perché il complesso ciclo di approvvigionamento della materia prima, di costruzione e smantellamento produce non poca CO2.
Per tutte queste ragioni, s’invitano tutti a superare dispute ideologiche di parte e compiere scelte razionali e convenienti per il Paese, per contrastare i cambiamenti climatici e rispettare gli obiettivi posti dall’Unione Europea del 20-20-20. L’auspicio e l’impegno delle associazioni promotrici e di tutti gli aderenti è che si crei un grande schieramento unitario e trasversale, al di là delle diverse appartenenze e collocazioni politiche.
Vogliamo costruire insieme al mondo della cultura e della politica, della scienza e del lavoro, della società civile e delle imprese, strategie unitarie e comuni che possano ridare al Paese la prospettiva di un modello energetico sostenibile, sia dal punto di vista economico che ambientale.

Accademia Kronos, Associazione Ambiente e Lavoro, Associazione Mediterranea per la Natura, Fare Verde, Forum Ambientalista, Greenpeace, Italia Nostra, Jane Goodal Italia, Lav, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness, Pro Natura, Vas, Wwf.

[dal sito "
terranauta"]


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Chernobyl day a Milano


Chernobyl day. Per non dimenticare. Perché non si ripeta

Lunedi 26 aprile 2010 ore 16:30
Presidio sotto gli uffici dell'Enel in via Carducci, 1/3 a Milano






















La giornata di oggi non è casuale.
Ventiquatttro anni fà esplodeva la centrale nucleare di Chernobyl.
Ventiquattro anni dopo Chernobyl l'Italia vuole ritornare al nucleare calpestando la memoria di quel ricordo con la complicità della Francia.

Enel è ovviamente uno dei primi artefici del ritorno al nucleare in Italia.

Lunedì saremo sotto i loro uffici per rinfacciarli tutte le loro menzogne e ricordargli la loro complicità in un affare che avrà conseguenze catastrofiche e mortali per tutto l'ecosistema e loro abitanti.











La protesta di attivisti della RNA (rete nazionale antinucleare) in Piazza degli Affari a Milano.


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