Se ne rende conto anche il quotidiano della Confindustria
Alessandro Farulli su "greenreport" segnala con soddisfazione quel che ha scritto ieri "il Sole-24 ore", quotidiano di Confindustria, per la penna di Giliberto e Rendina: «L'energia atomica come quella progettata per il "rinascimento nucleare" in Italia chiede investimenti decisamente impegnativi, non meno di 5 miliardi per ogni reattore, in cambio di uno sconto sui costi di produzione dell'elettricità capace di regalare a lungo termine un vantaggio che appare in via teorica piuttosto significativo». Incertezza sui tempi e sui costi
«Ma ci sono – aggiungono – due variabili che, accanto ai parametri finanziari del capitale necessario, possono spostare molto la soglia di convenienza per un programma atomico che partisse da zero. Le variabili determinanti sono i tempi (la costruzione e la messa in marcia) e i prezzi del mercato elettrico quando la centrale futura potrà davvero andare a tutto vapore: le tecnologia concorrenti potrebbero essere più competitive. Commento unanime di tutti gli esperti: il vero nemico dell'energia nucleare è l'incertezza. La politica ondivaga italiana è più dannosa sui costi e sull'efficacia di un programma atomico più di tutti i ribellismi antinucleari».
Questi argomenti non sono una novità. A livello internazionale sono stati sollevati non solo dagli oppositori del nucleare, ma anche dai maggiori istituti finanziari, quelli che fanno i conti sulla convenienza degli investimenti. In questo blog ne abbiamo dato conto a suo tempo (Costi e rischi finanziari dell'energia nucleare, 14 febbraio 2010).
Osserva il giornalista di "greenreport": «E', dunque, l'incertezza – sui tempi appunto e sui costi – il nodo del nucleare italiano e pensare che nel nostro Paese si possa a breve bypassare questa situazione che è endemica di tutte le opere piccole o grandi nazionali è ai limiti dell'utopia. Si può, giustamente, obiettare che con questa scusa si dovrebbe allora abbandonare qualunque tipo di progetto importante, ma il punto non è questo. Il difetto del nostro governo nel voler promuovere questo ritorno al nucleare sta nel fatto che ci ha speso quel poco di politica industriale che ha portato avanti da quando ha vinto le elezioni, affiancando questo progetto all'altro altrettanto lungo, ambizioso e inutile che è il Ponte sullo Stretto».
Profitti ai privati, perdite allo Stato
Profitti ai privati, perdite allo Stato
E' del tutto verosimile ipotizzare che il nucleare non vedrà mai una seconda rinascita in Italia. Ma ciò non significa che – se si lascerà fare il governo e ai grandi interessi capitalistici – il paese non ne debba comunque pagare un prezzo salatissimo. Sia in termini di soldi sprecati in un'avventura senza futuro, sia in termini di mancato sviluppo di una politica alternativa al petrolio.
Assenza di una strategia energetica
Osserva Farulli: «Se... lo Stato non ci metterà un euro, vorremmo capire quali sono o sarebbero i privati disposti ad investire in un progetto così zoppicante. Il governo si è premurato di stabilire per legge che chi investirà nel nucleare, se poi il progetto fallisse, sarà rimborsato e questa è una delle polpette avvelenate (tra le tante) che l'attuale maggioranza lascerà in eredità alla prossima».
Assenza di una strategia energetica
Altri dubbi si aggiungono, sollevati dallo stesso "Sole-24 ore": «Se poi a tutto questo si aggiungono le perplessità ... sul fatto che le zero emissioni di CO2 sempre sbandierate dai nuclearisti per giustificarne ambientalmente la necessità degli impianti non sono affatto zero (ma circa il 30% di una centrale a gas); che nel 2020 l'offerta di uranio sarà insufficiente per soddisfare la domanda delle centrali; e che ... sia sul piano tecnologico sia su quello della sicurezza ci sono ancora grandissimi punti interrogativi, si capisce insomma che siamo di fronte a un fallimento completo della politica ... industriale di questo Paese» (Farulli).
Purtroppo questo fallimento rischia di compromettere le possibilità di rapido sviluppo delle rinnovabili: da un lato si tagliano gli incentivi per il solare e il risparmio (la cui funzione è quella di incentivare una drastica riduzione dei costi delle nuove tecnologie mediante l'allargamento dell'offerta); dall'altro si è permesso l'inserimento della malavita organizzata nello sviluppo dell'eolico.
Le linee di fondo per una strategia energetica di transizione al "dopo-petrolio" (che richiede naturalmente alcuni decenni) sono chiare da tempo: 1) risparmio ed efficienza energetica, per stabilizzare e ridurre i fabbisogni; 2) sviluppo delle tecnologie che sfruttano le fonti rinnovabili (eolico, solare termico, solare termico-dinamico e fotovoltaico, geotermia, biomassa, ecc.) per sostituire le fonti fossili in via di esaurimento e impattanti sull'ambiente e sul clima; 3) riorganizzazione delle reti di distribuzione per connettere adeguatamente sul territorio "raccolta" diffusa e fabbisogni; 4) sviluppo dell'utilizzo del gas come "fonte di passaggio" nel periodo transitorio.
Per le sue caratteristiche di flessibilità, decentramento, progressività e modularità, questa è una strategia che può essere attivata con incentivi finanziari abbastanza contenuti (sicuramente più contenuti dell'enorme investimento di capitale iniziale richiesto dal nucleare) con risultati concreti immediati e progressivamente crescenti nel tempo; da un certo momento in avanti essa diventerebbe autosostenibile anche economicamente.
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Ciò che è essenziale, invece, per la sua riuscita è il quadro normativo e lo sforzo consapevole per avviare la riconversione dell'edilizia, dei processi produttivi, della mobilità e per incentivare stili di vita individuali e collettivi ecocompatibili.
Ciò che rischia di costare davvero caro al Paese è l'insistenza su una strada già fallita (il nucleare) combinata con l'assenza di qualsiasi strategia energetica alternativa al petrolio.
[t.b., 9 settembre 2010]
[t.b., 9 settembre 2010]
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