lunedì 6 settembre 2010

Appunti di lettura. "Per un'economia ecologica"



Pubblico alcuni appunti di lettura, che risalgono alla fine del 1994, dello scritto di Mercedes Bresso
Per un'economia ecologica (1993), perché possono essere una utile scheda di lettura per il lettore e perché sviluppano le mie critiche alla Bresso e a una certa "economia ecologica" che utilizza concetti erronei e mistificanti come quello di "capitale naturale", finendo così per restare prigioniera del punto di vista dominante e minando ogni portata critica.
Sulla base di questi appunti ho composto la recensione pubblicata in "Giano", n. 19 (gennaio-aprile 1995) disponibile anche in questo blog: Economia e ambiente: il paradigma contestato.
Ulteriori sviluppi delle mie idee in questo scritto: Produzione e ambiente: paradigmi a confronto.
[t.b., 6 settembre 2010]


Appunti di lettura di:

Mercedes Bresso
PER UN'ECONOMIA ECOLOGICA
La Nuova Italia Scientifica, Firenze, 1993.

Nel quadrante: (180 righe per 60) battute.
Con riferimenti all'attualità politico-culturale.

Il libro di Mercedes Bresso, con la sua istanza della costruzione di un nuovo paradigma economico e le proposte conclusive di una cultura della qualità, della lentezza e della contemplazione, ben poco in clima col momento politico, potrebbe suggerire molte domande che potrebbero portarci anche in campi lontani.
Ci si potrebbe chiedere, ad esempio, che rapporto ci sia fra il liberismo cialtrone ed egoistico dell'appena defunto (definitivamente?) governo Berlusconi (con tutto quello che ha combinato sul piano ambientale, direttamente e indirettamente), e la riflessione culturale più avanzata in materia, che porta in direzioni diametralmente opposte verso la riscoperta delle ragioni e dell'opportunità di una assunzione pubblica di responsabilità economiche verso l'ambiente, da un lato, e verso una rinnovata critica delle insufficienze radicali dei meccanismi di mercato a farsi carico di problemi innegabilmente di carattere "vitale" per la stessa civiltà. La risposta sarebbe ovviamente: "nessuno". E di qui si potrebbe partire per ragionamenti di un certo interesse sulla rozzezza culturale delle destre e del blocco sociale che le ha espresse; oppure sulla impermeabilità della "chiacchiera" politica mediatica ai veri grandi temi della nostra epoca, osservazione che alimenta dubbi radicali sull'adeguatezza di un sistema politico che della democrazia ha ormai solo i riti; oppure ancora sulla difficoltà (sull'incapacità ?) dello stesso schieramento che si vuole progressista di introdurre nel suo orizzonte (prima ancora che nell'agenda politica nazionale) i temi di fondo su cui si misura in questa fine di millennio una diversa prospettiva di civiltà .
Rinuncio tuttavia a questa tentazione e resto sul terreno su cui il libro si colloca, ovvero la riflessione economica sull'ambiente in senso ampio.


Gli appunti che seguono contengono elementi utili per una recensione del libro della Bresso.

Gli economisti si sono occupati in passato solo occasionalmente di problemi che oggi definiamo ecologici. Stanley Jevons, uno dei fondatori dell'economia marginalista (dell'approccio standard), ad esempio, ha scritto nel 1865 un opuscolo sul problema dell'esaurimento delle riserve di carbone (The Coal Question) nel quale peraltro (sia detto qui fra parentesi) non c'è traccia del nuovo approccio analitico che egli avrebbe proposto di lì a pochi anni. Anche in questi casi, comunque, è sempre prevalsa la tendenza a trattare tali problemi come problemi a se stanti, al di fuori di un approccio organico alle relazioni fra i processi economici e l'ambiente. Per definizione, direi, l'approccio standard (nota: "approccio standard" è definizione che si deve a Nicholas Georgescu-Roegen, uno dei suoi critici più acuti e pioniere dell'economia ecologica) ha sempre considerato le relazioni dell'economia con l'ambiente naturale irrilevanti, se non inesistenti, fino a quando non si esprimono in transazioni monetarie, in rapporti di mercato.
Questa situazione comincia a cambiare negli anni sessanta, con l'emergere di problemi non più occultabili: l'inquinamento, l'esaurimento delle risorse, la congestione delle aree urbane, il boom demografico ecc. In seguito a questi allarmi, anche alcuni economisti cominciano ad occuparsi di questi problemi. Si delineano due modi di farlo, che corrispondono a due diverse correnti di pensiero, che oggi vengono indicate con due nomi diversi: economia dell'ambiente (environmental economics) ed economia ecologica (ecological economics).
Il primo termine designa la branca specialistica degli economisti tradizionali che si applicano ai problemi ambientali (ottimizzazione dei costi di disinquinamento, analisi costi-benefici dell'impatto ambientale di determinate attività economiche, tasso ottimale di estrazione delle risorse esauribili, ecc.). Si tratta di un punto di vista ristretto che vede i problemi ambientali come "imperfezioni del mercato" dovute, non tanto al fatto che l'"economia di mercato" (cioè capitalistica) è strutturalmente incapace di "trattare" l'ambiente, quanto piuttosto al fatto che l'ambiente stesso non è in genere adeguatamente "incluso" nel mercato e sottoposto alla disciplina delle leggi della domanda e dell'offerta. Secondo l'economia standard l'inquinamento si deve al fatto che l'acqua e l'aria sono beni "liberi", concessi a tutti senza prezzo, che quindi possono essere illimitatamente sfruttati o degradati senza che chi lo fa sopporti un costo, che invece deve sopportare per applicare impianti di controllo delle emissioni inquinanti.
Analogamente, le risorse minerarie ed energetiche vengono sprecate quando il loro prezzo è basso e il loro prezzo è basso quando sono abbondanti; vengono usate in modo più efficiente quando il loro prezzo comincia a salire e il prezzo sale perché sono diventate scarse. Un altro esempio: ci sono "beni comuni" che tutti possono utilizzare senza pagare (ad esempio un parco naturale, o le strade del centro cittadino) con indesiderate ma prevedibili conseguenze negative, come provocare il degrado del bene o dei servizi che esso fornisce (la congestione del traffico impedisce a tutti la mobilità ).
Coerentemente con le sue premesse, le soluzioni alle imperfezioni del mercato proposte dall'economia dell'ambiente si muovono perciò nel senso di "contabilizzare" anche l'ambiente nelle equazioni private e sociali dei profitti e delle perdite, ovvero di attribuire all'ambiente e alle risorse naturali irriproducibili un "prezzo" che le rappresenti sul mercato.
E "ricostruzione del mercato" (come se il mercato fosse un dato economico-naturale originario) viene definita questa prassi di immettere nel mercato ciò che fino alla recente crisi ecologica era considerato fuori mercato. Così si propone l'introduzione di diritti di inquinamento onerosi, di canoni d'uso delle risorse idriche, di tasse proporzionate alle emissioni inquinanti, l'accesso a pagamento ai centro storici e ai parchi per limitare l'affluenza ecc. Il sistema teorico standard concepisce il mercato autoregolantesi come l'istituzione economica ottimale per regolare la produzione e la distribuzione della ricchezza: esso non vede perciò di buon occhio non solo le proteste "oscurantiste" dei movimenti ecologisti ma neppure le interferenze dello Stato che vuole stabilire vincoli e norme che penalizzano la libertà economica delle imprese e dei consumatori.
In verità - sia detto qui per inciso - quel tanto di tutela ambientale che fino ad oggi bene o male ha funzionato deve ben poco a questa impostazione e si è affidata proprio a quelle norme amministrative fatte di prescrizioni e divieti, di limiti e di controlli che tanto poco godono della stima della "teoria" ufficiale. Questo dato empirico illustra più di tanti discorsi il valore meramente "propagandistico" di questa parte (come di altre) della teoria economica dominante, utile al più per rivestire di un presunto "valore scientifico" gli argomenti con cui il capitale maschera il suo rifiuto di sottomettere a una qualsiasi forma di limitazione e di controllo sociale l'illimitato sfruttamento privato delle risorse e delle condizioni ambientali che lo contraddistingue.

L'economia ecologica propugna invece un punto di vista molto diverso e in genere nettamente critico con l'approccio sopra sintetizzato dell'economia dell'ambiente. Viene innanzitutto contestata la separazione stessa fra la sfera dell'economia in quanto tale (delimitata dalle relazioni di mercato) e l'ambiente in cui la vita economica concretamente si svolge. La considerazione dell'ambiente da parte della teoria ortodossa è accidentale (e relegata infatti a una branca applicativa) e frammentaria. Le relazioni fra attività economiche e ambiente sono pressoché ignorate dalla teoria standard. Sono invece al centro dell'attenzione dell'economia ecologica e del suo modo di concepire l'economia stessa: l'economia ecologica rifiuta la pretesa di autosufficienza della teoria tradizionale e afferma l'esigenza di un metodo d'indagine interdisciplinare, o meglio transdisciplinare; per essa le relazioni economia-ambiente vanno trattate non già come un aspetto particolare e secondario della problematica economica, bensì come un dato primario e fondante della problematica economica stessa.

La distinzione economia dell'ambiente-economia ecologica è piuttosto recente e ancora incerta. Nicholas Georgescu-Roegen - che può a tutti gli effetti essere considerato uno dei fondatori dell'economia ecologica aveva proposto per essa il nome di "bioeconomia", che però non si è imposto. E' comunque una distinzione che va sempre più imponendosi. Dal 1989 l'economia ecologica ha anche una sua rivista - "Ecological Economics" - e una sua associazione.

Mercedes Bresso, docente di Istituzioni di economia e di Economia dell'ambiente presso il Politecnico di Torino, e molto nota anche nel mondo dell'ambientalismo per il suo impegno sui temi ambientali, ha il merito di aver lavorato su questi problemi in Italia da molti anni. Autrice nel 1982 di uno scritto su Pensiero economico e ambiente e in seguito di molti altri saggi e interventi, nonché di un impegno in prima persona anche nel campo dell'associazionismo e in campo politico (è assessore all'ambiente della regione Piemonte), in quest'ultima opera Mercedes Bresso fa una precisa scelta di campo, come chiarisce fin dal titolo, Per un'economia ecologica. Non si limita ad esporre quanto è stato elaborato dagli economisti negli ultimi decenni in materia di problemi ambientali, ma prende partito nelle controversie che dividono la disciplina.
Anche la Bresso condivide l'opinione che la crisi ecologica obbliga a ripensare le fondamenta stesse della teoria economica tradizionale e nel libro dà conto di come non si tratti semplicemente di una dichiarazione di intenti ma, da alcuni decenni, di un serio lavoro di ricerca e, secondo molti di coloro che vi sono impegnati, di vera e propria costruzione di un nuovo paradigma teorico alternativo a quello marginalista che resta ancora il punto di riferimento dell'approccio dominante.
Il nuovo paradigma economico ha forse un nome, dice la Bresso, anche se non è ancora definito con precisione: si chiama "sviluppo sostenibile". Ad una prima impressione lo sviluppo sostenibile può apparire più che altro una dichiarazione di buone intenzioni; ma in realtà , un programma di sviluppo sostenibile implica la messa in discussione dei pilastri portanti della teoria e della pratica teorica tradizionali.
Scrive Mercedes Bresso: "A tutt'oggi, chi passi in rassegna la letteratura economica, non può non rilevare come le domande poste all'economia dal crescere della emergenza ambientale non abbiano trovato una sostanziale sistemazione, né nella teoria né nella pratica del mestiere dell'economista [...] Gli stessi manuali di economia [...] presentano, al massimo, in un capitoletto separato, la questione dei costi sociali e ambientali e illustrano la maniera con cui si può procedere alla loro internalizzazione. Il modo in cui il problema è trattato, tuttavia, tende a presentarlo come una questione risolta (mentre è ancora drammaticamente irrisolta) ed a classificarla sostanzialmente fra le imperfezioni del mercato, correggibile con alcune specifiche regolamentazioni. La complessità , la pervasività e l'irriducibilità dei problemi ambientali alle tradizionali categorie di analisi economica non vengono neppure avvertite. [...] Eppure la cultura ambientale - e con essa una parte della cultura economica - è andata ben oltre la questione dell'esistenza di costi esterni che possono essere facilmente inseriti nei costi di impresa, per mettere in evidenza tutta una serie di problemi aperti per i quali non si dispone ancora di soluzioni accettabili. Ma la maggioranza degli economisti non sembra esserne a conoscenza o non ritiene, comunque, che riguardino in modo diretto le sue categorie di analisi. Si veda il bel libro di Carla Ravaioli (1992) che, sul modo in cui l'economia affronta la questione ambientale, ha intervistato un gruppo di economisti famosi, fra cui molti premi Nobel, ottenendone risposte spesso sconcertanti" [p. 20].
"Così la schizofrenia della disciplina è totale" conclude M. Bresso. "Da una parte si lavora accanitamente per mantenere e rilanciare la crescita economica, senza neppure aggettivare questa crescita; dall'altra si lavora accanitamente per ricercare il modo per contenere e riparare i guasti prodotti da questa stessa crescita. Troppo spesso, tuttavia, anche chi lavora nell'officina riparazioni non ha una conoscenza sufficiente dei problemi che ha di fronte e tende, perciò, ad effettuare delle pericolose semplificazioni" [p. 20].
"Ciò che ci manca, a tutt'oggi, è una nuova "teoria generale", cha sappia integrare ecologia ed economia e non solo giustapporre concetti tratti dalle due discipline" [p. 20]
L'economia ecologica rappresenta il tentativo consapevole di superare questa scissione superando i confini disciplinari e specialistici, e recependo la lezione dell'ecologia, che ci insegna che le attività dell'uomo sono "profondamente ed inscindibilmente legate" alla natura. Essa si pone dunque come "disciplina trasversale, capace di attingere alle diverse scienze che affrontano le infinite sfaccettature della questione ambientale e di utilizzare le informazioni che da esse provengono per individuare un nuovo paradigma capace di ricostruire un equilibrio di lunga durata fra l'economia dell'uomo e l'economia dell'insieme del mondo vivente" [p. 21].
In effetti, afferma M. Bresso, l'economia ecologica ha rimesso in discussione alcuni capisaldi del pensiero economico tradizionale: la preferenza del presente rispetto al futuro, del più rispetto al meno, il modello di razionalità dell'homo oeconomicus, l'uso e l'abuso della clausola coeteris paribus, per simulare impossibili esperienze di laboratorio. Ha contestato radicalmente l'efficienza dei meccanismi autoregolatori del mercato, non solo per un deficit di informazioni di quest'ultimo, ma per una sua strutturale incapacità di selezionare adeguatamente i dati di un ambiente complesso (quali sono l'ambiente naturale e quello sociale in cui operano i sistemi e si svolgono i processi economici).
L'attuale efficienza economica, che deriva da una divisione del lavoro iperspecializzata che fa tutt'uno con il sistema di mercato, è in realtà, con le sue unilateralità e semplificazioni tecnologiche, all'origine di molti problemi ambientali, e ci ha reso in fondo tutti più fragili ed esposti nel rapporto con la natura. La sfida dell'economia ecologica è quella di ricostruire una razionalità economica in grado di comprendere e di rispettare l'economia della natura.

L'economia ecologica, tuttavia, è solo agli inizi e restano inesplorate molte sue implicazioni. Mercedes Bresso ritiene comunque giunto il momento di tentare una sistemazione delle nostre conoscenze e dei nostri dubbi, e, magari, di fare qualche piccolo passo avanti (p. 24).

Finora l'economia dell'ambiente si è orientata prevalentemente agli aspetti microeconomici, in particolare a correggere il meccanismo di formazione dei prezzi per internalizzare i costi ambientali. Il progetto dello sviluppo sostenibile, però, si pone in una prospettiva macroeconomica, resa necessaria anche per evitare la "fallacia di composizione", per cui un problema sembra risolto quando in realtà si è solo spostato altrove, come troppo spesso accade in materia ambientale dove "ogni cosa è in relazione con tutte le altre".

Il volume si occupa dunque di definire i fondamenti teorici e gli strumenti applicativi di un nuovo approccio che integri le tematiche ambientali nel funzionamento del sistema economico. Dopo aver passato in rassegna i filoni che confluiscono nell'economia ecologica, viene proposto un modello macroeconomico dei processi produttivi in relazione con l'ambiente.
Si passa quindi a una più tradizionale analisi microeconomica dei problemi ambientali e degli strumenti di intervento.
Ma gli strumenti di politica ambientale (che sono poi quelli messi a punto dalla scuola neoclassica) non bastano di per se stessi a realizzare una società sostenibile. Sono necessari anche un diverso sistema di valori, di uso delle conoscenze, di modalità con cui esse vengono prodotte. In altre parole, l'economia ecologica non si vuole occupare solo dei mezzi, dice l'autrice, lasciando i fini ad un altro ambito; essa vuole occuparsi anche dei fini, tornando cioè ad essere a pieno titolo e senza ipocrisie "economia politica", come era stato agli esordi della disciplina.

Il libro della Bresso è stato recensito da Carla Ravaioli su "CNS" n. 11, maggio-agosto 1994. Osserva C.R. che l'economia ecologica "nata in opposizione all'"economia dell'ambiente" in quanto troppo corriva al dettato della scienza economica tradizionale", caratterizzata "dalla dichiarata esigenza di un approccio interdisciplinare", "è tuttavia ancora priva di un impianto concettuale organico e di una fisionomia chiaramente definita".
Per C.R. il libro della Bresso fa fare "un significativo passo avanti" all'economia ecologica, cosa di cui dubito fortemente.
Il libro è una "summa" di quanto scritto sull'argomento in giro per il mondo negli ultimi anni
Il libro è molto più di un libro di economia: è una rassegna dei problemi, del dibattito teorico, delle proposte metodologiche e degli strumenti di intervento in un campo, quello dello della crisi ambientale e dei suoi nessi con il sistema economico che è tra le questioni più serie del mondo contemporaneo. La messe di informazioni e di riflessioni che il libro fornisce in modo chiaro e analitico è davvero utile, anzi direi insostituibile per il non specialista.
Diverso giudizio invece si deve dare dell'ambizione maggiore di questo lavoro, quella di dare un contributo originale alla costruzione del "nuovo paradigma" dell'economia ecologica. Su questo terreno la proposta teorica della Bresso è a mio avviso deludente. Sulla scia di Daly e altri ella propone di integrare il contributo della natura all'economia umana mediante la ripresa di una nozione neofisiocratica di "valore naturale" da aggiungere ai contributi già considerati dalla teoria economica. Ma quello della Bresso mi sembra per un verso una ipotesi poco elaborata analiticamente e metodologicamente (anche rispetto ad altri tentativi nello stesso senso, ad esempio quelli di Nicholas Georgescu-Roegen, o di Orio Giarini, per fare due nomi), e per un altro un tentativo piuttosto ingenuo e semplicistico di mettere le mani su un nodo teorico su cui si addensano problemi teorici, metodologici ed epistemologici di cui la Bresso sembra ignorare l'esistenza.

Queste perplessità sono poi confermate dal modo disinvolto con cui Mercedes Bresso ricostruisce la parabola che ha condotto la teoria economica a perdere di vista il fondamento nella natura dei processi economici e a escludere l'ambiente dal proprio orizzonte teorico. Manco a dirlo viene indicato come responsabile Karl Marx, che avrebbe fatto del lavoro l'unico fattore produttivo al quale imputare il valore delle merci ignorando il contributo insostituibile della natura. (nota: Curiosamente, Mercedes Bresso contro Marx argomenta a favore della considerazione teorica dell'apporto della natura con degli argomenti che sembrano letteralmente delle parafrasi delle idee espresse a suo tempo da Marx medesimo. Esempio... E allora non resta da concludere che questo. O Mercedes Bresso non ha letto con attenzione Karl Marx (e qualora lo facesse dovrebbe riscrivere il terzo capitolo del suo libro e interpretare diversamente il passaggio dai fisiocratici ai marginalisti, magari valorizzando le anticipazioni "ecologiche" rinvenibili nel pensiero del pensatore comunista tedesco), oppure anche lei ha ceduto al malvezzo in voga in tanti ambienti ma soprattutto in quello degli economisti, di parlare male comunque del pensiero di Marx, a proposito o a sproposito, cercando bene comunque di non confrontarsi con lui; deve essere una sorta di "accreditamento" presso i benpensanti dell'economia ufficiale che ben conoscono chi fornisce loro la pagnotta (e anche qualcosa di più).


Una sintesi dei contenuti del libro


1. Le radici.

Tra i filoni che confluiscono nell'economia ecologica M. Bresso ne distingue alcune.

- La scuola termodinamica (fatta risalire a K. Boulding e soprattutto a N. Georgescu-Roegen) che analizza i processi economici come processi fisici, ai quali si applicano le leggi di conservazione e di dissipazione della materia-energia.
Il principio di conservazione ci ricorda che tutta la produzione alla fine si converte in una uguale quantità di rifiuti.
Il principio di entropia ci ricorda invece che la materia-energia va incontro irrevocabilmente a processi di dissipazione, che le risorse energetiche e minerarie non rinnovabili si degradano disordinatamente in calore inutilizzabile e in scarti irrecuperabili.
In altre parole, i processi economici dal punto di vista fisico producono la degradazione di materie prime "ordinate" dotate di bassa entropia (quali i minerali ad alta concentrazione e i combustibili fossili) in materie di scarto "disordinate" inutilizzabili (quale il calore disperso nell'atmosfera e i metalli dispersi in discarica).
Ciò significa che la durata di questi materiali non riciclabili non è infinita, ma dipende dal tasso a cui sono consumati, a meno della parte eventualmente riciclata; ma il riciclo, anche se possibile, non può mai essere totale, ragione per cui la durata può essere incrementata in termini finiti (un tasso di riciclo di una risorsa dell'80% della quantità consumata ogni anno, moltiplica per 5 la sua durata, il che non è molto per materie il cui esaurimento è calcolabile nell'ordine dei decenni o, al più, di pochi secoli).
Nell'ambito di questo filone, alcuni hanno proposto di riformulare la formazione dei prezzi in base al principio dei costi energetici; ma l'analisi energetica, per quanto colga alcuni aspetti essenziali dei processi economici in relazione all'ambiente (vedi ad esempio il bilancio dell'agricoltura moderna, che pur avendo una produttività per addetto crescente, ha un rapporto input/output negativo in termini energetici), non può essere considerata esauriente perché fa perdere molti altri aspetti qualitativi.

- L'approccio istituzionalista, che sottolinea il "complesso ecologico" costituito dall'ambiente naturale e antropico, dalla cultura, dall'organizzazione sociale (le strutture economiche, sociali e politiche) e dalla tecnologia. Tutti elementi in reciproca relazione che esprimono un equilibrio dinamico variabile nel tempo e nello spazio. Esiste per gli istituzionalisti una relazione di interdipendenza fra i due poli della natura e della società per cui i cambiamenti in un polo devono essere compatibili con i cambiamenti nell'altro.

- La bioeconomia, proposta da N. Georgescu-Roegen, mette in evidenza come i processi economici dell'umanità siano strettamente interconnessi con i processi del mondo vivente. Non c'è modo per l'uomo, in verità , di liberarsi dalla dipendenza dalla terra e tornerà a crescere, in prospettiva, l'importanza delle attività agricole, forestali, di allevamento ecc., come è testimoniato dai problemi della difesa della biodiversità, delle biotecnologie ecc.

- L'approccio transdisciplinare e della complessità , proprio della impostazione della rivista "Ecological Economics", vede tre temi centrali per un nuovo approccio che combini sapere economico, sapere scientifico e sapere ecologico: il concetto del limite, la considerazione dell'incertezza e il trattamento della complessità .
La questione del limite è collegata a quella della crescita. Per l'economia essa è un bene. Per l'ecologia essa trova un limite nella disponibilità di risorse e nella capacità di sostentamento (carring capacity) degli ecosistemi.
Per l'economia la tecnologia è un mezzo per porre rimedio alla scarsità e a vari problemi (l'inquinamento ecc.). L'ecologia ci ricorda che operiamo sempre in condizioni di incertezza, e non sappiamo per certo quali possano essere gli "effetti collaterali" imprevisti della tecnologia, ovvero se gli ecosistemi sopporteranno gli stress imposti dalle attività umane.
L'economia crede di poter esaminare meglio una questione separandola dalle altre utilizzando la clausola cœteris paribus. Ma per l'ecologia la complessità ambientale non è riducibile, ogni cosa è connessa con tutte le altre e le semplificazioni sono pericolose.

Un confronto fra paradigma neoclassico e nuovo paradigma è stato tracciato su "EE" da Klaassen e Opschoor (n. 2, 1991).

Queste sono le premesse dei due paradigmi alternativi:


paradigma neoclassico > paradigma ecologico


"fissità del contesto" > "interdipendenza circolare"
(vengono considerati statici i bisogni, > (i processi economici, sociali
la tecnologia, le condizioni istituzionali > e ambientali si condizionano
e l'ambiente > reciprocamente)


"principio di massimizzazione" > "priorità della specie"
(del profitto di impresa, dell'utilità > (la società come un tutto si pone fini
individuale, del prodotto nazionale, ecc.) > diversi da quelli dei singoli
> individui, soprattutto per ciò che
> riguarda l'ambiente)


"principio di ordinabilità " > "irriducibilità dei valori"
(costi e benefici possono essere > (i valori non sono ordinabili, esiste
espressi in misure ordinali e classificati > una struttura gerarchica di valori,
su una scala ordinale) > al cui vertice si trova la sostenibilità
> ambientale


Proops ("EE" n. 1, 1989) ha proposto questi temi di ricerca per l'economia ecologica:
- i concetti di evoluzione e coevoluzione;
- i criteri etici per le scelte intertemporali e interspecifiche;
- la non separabilità fra analisi sociali e analisi ambientali;
- le relazioni fra crescita della popolazione e crescita dell'inquinamento.
In conclusione, egli propone una economia Earth based (centrata sulla Terra), che definisca una prospettiva di lungo periodo nel quadro di un pianeta finito.
L'economia ecologica è dal suo punto di vista più un programma di ricerca transdisciplinare che un progetto scientifico compiuto.

L'ecologia, d'altra parte, è diventata una sorta di cartina di tornasole dei limiti della scienza occidentale, capace certo di performances straordinarie ma anche di guasti straordinari, in buona misura riconducibili ad un insufficiente sviluppo delle conoscenze di "contesto", cioè alle implicazioni impreviste delle nostre attività , scoperte, tecnologie.

Stiamo imparando:
- a non trascurare le connessioni "di tutto con tutto" (vedi i problemi creati dai gas killer dell'ozono);
- che esistono "effetti non-lineari" (piccole cause possono produrre grandi conseguenze: vedi il problema "effetto-serra") ed "effetti-soglia" (oltre un certo punto la quantità diventa qualità e viceversa);
- che la ricerca deve evitare le chiusure specialistiche e aprirsi alla collaborazione transdisciplinare.
Occorre fare comunque anche un altro passo, oltre a quello di integrare nell'economia le conoscenze ecologiche: integrare appieno nell'ecologia l'uomo e le sue problematiche.
"L'evoluzione culturale che sembra distaccare l'uomo dalla natura non è, in fondo, che una particolare modalità di evoluzione biologica, che non può essere liquidata come se fosse da questa separata." (p. 39).
Secondo Georgescu-Roegen, esiste nel comportamento del mondo vivente una profonda logica economica, che va ricostruita per meglio capire le "invarianti" del comportamento economico dell'uomo. Il filo rosso è dato dalla interrelazione di due elementi: l'energia e l'informazione.
Qualsiasi sviluppo o accumulazione è condizionato dall'esistenza di surplus energetici (un surplus energetico è la quantità di energia di un sistema che resta disponibile dopo che sono stati soddisfatti i bisogni della riproduzione delle risorse naturali, materiali e umane; vedi Passet, 1979, p. 146).
I primi surplus energetici sono legati alla domesticazione di vegetali e animali, cioè al loro utilizzo come convertitori di energia solare a vantaggio dell'uomo.
Tuttavia, l'aumento dei surplus e quello dei fabbisogni nella storia vanno di conserva. In particolare fenomeni come l'urbanizzazione, l'industrializzazione, le macchine, i mezzi di trasporto ecc. hanno richiesto crescenti surplus energetici per il loro sviluppo, dalle 2.000 calorie giornaliere dell'età della pietra (quasi interamente spese come cibo), alle 230.000 calorie giornaliere per abitante consumate mediamente negli USA oggi, pari a 80 volte il fabbisogno fisiologico e a 400 volte l'energia meccanica che un uomo potrebbe sviluppare col solo aiuto dei suoi muscoli. In altre parole, lo sviluppo degli organi esosomatici implica un incremento dei fabbisogni ed è perciò condizionato dalla possibilità di disporre di surplus crescenti.
Passet nota come l'accrescimento dei fabbisogni si accompagni, nell'evoluzione naturale, ad una complessificazione degli organismi. In altre parole, c'è una stretta interdipendenza fra la disponibilità di energia e la produzione di informazione biologica da parte degli organismi. L'evoluzione culturale assume dunque l'aspetto di un "normale prolungamento" della evoluzione biologica. "Lo sviluppo delle tecniche appare dunque come il prolungamento logico - la proiezione al di fuori dell'organismo - di un movimento [evolutivo] che non ha mai cessato di ridurre la propria base organica" (Passet, 1979, p. 155).
Il rapporto fra surplus energetici e surplus informazionali, dice M. Bresso, dovrà essere uno dei temi centrali della costruzione dell'economia ecologica.


2. Ambiente e sistema produttivo: l'origine della questione ambientale.

- Produzione e consumo. E poi?
Fine dei comportamenti economici è ricavarne un'utilità. E' l'interesse, non sono le buone intenzioni, il movente dell'economia.
Il settore "primario" (agricoltura ed attività estrattive) ricerca, estrae e sottopone a un primo trattamento svariate materie prime. Il lavoro umano si aggiunge dunque a quello della natura.
Il settore "secondario" (industria) sottopone a ulteriore trattamento le materie fornite dal settore primario per ottenerne prodotti finiti utilizzabili per soddisfare i bisogni o prodotti intermedi utilizzati da altre industrie per produrre beni finali. In ogni passaggio il lavoro costituisce un "valore aggiunto" al prodotto elaborato.
Il settore "terziario" comprende quelle attività (trasporti, commercio, servizi) che forniscono servizi di vario genere alle famiglie e alle imprese. Il lavoro esplicato in queste attività comporta un ricarico sul valore dei beni trattati o un pagamento del servizio prestato.
Alla fine della sequenza ci sono i consumatori, che nel prezzo di acquisto del bene devono ripagare tutto il lavoro prestato direttamente o indirettamente per la produzione del bene stesso.
E' chiaro perché la produzione complessiva di un paese in un anno è calcolata mediante la somma di tutti i valori aggiunti nel corso del processo di produzione.

Dopo le fasi della produzione e del consumo (o meglio: parallelamente ad esse), c'è una fase ulteriore che, tuttavia, raramente gli economisti hanno preso in considerazione (lo ha fatto Jevons parlando di valori negativi; lo ha fatto Marx ma M. Bresso non ne fa parola): è la fase degli scarti e dei rifiuti della produzione e del consumo. Poiché queste sostanze hanno una utilità negativa, nessuno è disposto a pagare per averle; si è disposti a pagare per disfarsene, se non è possibile farlo altrimenti.
Di questa parte "in ombra" dell'economia, l'economia tradizionale non si è mai occupata [se n'è occupato invece K. Marx, segnalando sia i guasti connessi sia le potenzialità del riciclo e del riuso]. In altre parole l'economia tradizionale ha prestato un'attenzione superficiale alle relazioni fra il processo produttivo e l'ambiente per ciò che riguarda i prelievi, e nessuna attenzione per ciò che riguarda le restituzioni.
    - Gli scambi con l'ambiente.
"Per impostare correttamente l'analisi dei rapporti fra ambiente e sistema produttivo occorre prima di tutto, quindi, fare riferimento ad una descrizione del funzionamento dell'economia, allargata anche ai prelievi/restituzioni da e verso l'ambiente" (pp. 44-5 e figura 2.1).
Per ciò che riguarda il sistema di mercato il funzionamento del sistema economico può essere descritto come segue.

Input. Alimentano il sistema produttivo un insieme di input diversi: mezzi di produzione ("capitale fisico" li definisce M. Bresso), forza-lavoro ("lavoro"), "informazione (brevetti, tecnologie, know-how)", "terra", materie prime (di origine mineraria o agricola), energia (fossile o rinnovabile); entrano poi input che non passano attraverso il mercato, che il mercato non contabilizza e che gli economisti chiamano "beni liberi": essenzialmente aria, acqua (per la quale in genere si paga il servizio di adduzione e/o di potabilizzazione) ed energia solare (sempre meno la selvaggina e la pesca in mare).
La teoria definisce i "beni liberi" come quelli per cui c'è disponibilità illimitata (la cui utilità marginale è dunque pari a zero).
L'energia solare, che attraverso le sue molteplici trasformazioni alimenta ogni forma di vita e di movimento sul pianeta, è in ultima istanza l'unica vera grande fonte gratuita di ricchezza di cui disponiamo.
Attraverso la fotosintesi operata dalla vegetazione che alimenta le catene alimentari e l'influenza sul ciclo dell'acqua e sui movimenti dell'aria da cui dipendiamo in tanti modi, la radiazione solare è la vera fonte primaria della nostra ricchezza reale.
Esistono poi vari beni liberi di cui è possibile una diretta fruizione, come il paesaggio, gli ambienti naturali, ecc.(che però vanno soggetti a fenomeni di congestione e degrado), nonché..., importantissima, la capacità dell'ambiente naturale di smaltire i nostri rifiuti: le piante e gli oceani assorbono l'anidride carbonica prodotta dai processi di combustione, i fiumi e i mari depurano la materia organica, i decompositori del terreno trasformano in humus i rifiuti organici, ecc. Sono questi "servizi" (non illimitati) "forniti gratuitamente dalla natura [ns. sottolin.] nel corso dei propri processi vitali, che costituiscono essi stessi una forma di produzione" ai quali non abbiamo fatto molta attenzione in passato. Le risorse e i servizi naturali "costituiscono il "capitale naturale" che prende parte al processo produttivo" (46).

Produzione. Il processo produttivo combina variamente gli input precedenti (alcuni riproducibili all'interno del sistema stesso, altri riproducibili in natura, altri non riproducibili affatto; acquisiti alcuni, già appropriati, tramite scambio sul mercato; altri, liberi, tramite appropriazione diretta (e gratuita) per ottenere i beni intermedi e finali.
Va notato che c'è una sostanziale differenza fra i beni non riproducibili (i minerali e i combustibili fossili, ad es.) che hanno un prezzo e i beni prodotti dentro il sistema. Nel caso dei secondi, infatti, il prezzo indica (di norma) il costo di riproduzione del bene nelle condizioni date; un aumento della domanda fa salire il prezzo e ciò spinge ad aumentare l'offerta. Nel caso dei beni non riproducibili, invece, l'aumento del prezzo non può produrre un aumento della quantità della risorsa (ad es. il petrolio), ma eventualmente solo del suo tasso di estrazione e di esaurimento. Il prezzo stesso non remunera un costo (se non per una parte spesso secondaria) ma costituisce una rendita di cui si appropriano coloro che detengono il controllo esclusivo della disponibilità della risorsa stessa.
Un discorso analogo vale per i beni liberi. Essi non hanno prezzo, sono gratuiti, fino a quando un eccessivo sfruttamento e l'eccessiva congestione non li renda scarsi rendendoli oggetto di appropriazione esclusiva o di regolamentazione/razionamento da parte di una autorità pubblica.
E' ciò che è accaduto con la privatizzazione della terra nel corso dei secoli, ad esempio. Oppure con la crisi della pesca o della caccia per un prelievo eccessivo. O con la congestione e l'inquinamento da traffico dei centri storici, ecc.
Va notato ancora che dal punto di vista fisico il termine produzione non è appropriato: si tratta piuttosto di una trasformazione, mediata dal lavoro (informazione), dell'ammontare di materia-energia che entra nel processo in un altro ammontare di materia-energia quantitativamente, ma non qualitativamente, equivalente al primo. Dal punto di vista del soddisfacimento dei bisogni umani il secondo ammontare è più utile del primo (almeno in una sua frazione): la produzione ha dunque prodotto utilità (o valore d'uso). Da un punto di vista strettamente fisico, invece, l'ammontare iniziale di materia-energia va incontro complessivamente a un processo di degradazione entropica e alla fine viene restituito all'ambiente in forme di gran lunga meno utili (come rifiuti, scarti ed emissioni della produzione e del consumo). Anzi, la restituzione all'ambiente di questa materia/energia può avere, e in effetti ha, un'influenza negativa sulle condizioni ambientali stesse, anche di quelle su cui si basano gli stessi processi economici. Una faccenda a cui gli economisti a lungo non hanno prestato attenzione.

Consumo finale. Anche le fasi della distribuzione e dello scambio dei prodotti, che si inseriscono fra la produzione e il consumo, producono emissioni e rifiuti. La fase finale del consumo, in termini simmetrici a quella della produzione, sembra costituire una sottrazione di utilità. Anche il termine consumo non è appropriato. Dal punto di vista fisico infatti, il consumo non distrugge alcunché; si limita a operare la trasformazione finale dell'insieme di materia e di energia di cui si compongono i beni. In ogni caso esso accelera la restituzione all'ambiente delle sostanze che dall'ambiente erano state prelevate nella fase della produzione, anche se in genere sotto nuove forme (si pensi alle trasformazioni del cibo, dei vestiti, dei combustibili, ecc.). In altre parole, il consumo non "elimina" ma "conserva" (per quanto in altra forma) ciò che è stato prodotto.

Rifiuti. Nel corso di tutto il ciclo di vita di un prodotto si producono rifiuti e anch'esso, alla fine, diventa tale: lo abbiamo appena visto. L'espansione senza precedenti della produzione intervenuta con lo sviluppo capitalistico, e in particolare con le trasformazioni del modello dei consumi nel dopoguerra, hanno dunque significato anche una espansione senza precedenti delle emissioni e dei rifiuti che vengono rigettati nell'ambiente. Qui sta la fonte di molti dei problemi ambientali insorti negli ultimi decenni (compresi il buco nell'ozono e l'effetto serra).
In una economia di mercato il trattamento dei rifiuti si rivela una questione piuttosto ardua. La ragione è semplice. In quanto valori negativi, essi sono un costo per chi li produce, che ha così l'interesse a disfarsene nel modo più economico possibile, senza alcun trattamento per renderli innocui o magari utili: le emissioni gassose sono disperse nell'aria, quelle liquide in acqua, i rifiuti solidi deposti da qualche parte sul suolo. In altre parole, non si mette in moto nessun automatismo di mercato per risolvere questo problema.
L'aumento, nel corso del tempo, del costo relativo del lavoro rispetto a quello della materia prima, ha inoltre ridotto l'interesse al recupero della materia ancora utile dai rifiuti. Sempre più per disfarsi di essi occorre pagare; poiché l'interesse è a pagare il meno possibile, non ci si cura troppo di come i rifiuti verranno poi smaltiti.

Fruizione diretta dell'ambiente. Alcuni beni liberi sono utilizzati direttamente: la luce del sole, il paesaggio, ecc. Tuttavia la fruizione diretta in molti casi va incontro a limiti dovuti ai fenomeni di congestione e degrado. Di qui l'insorgere dell'esigenza di regolamentare, o di sottoporre a pagamento, la fruizione di certi beni.

Con riferimento alla figura 2.1 (p. 45), l'economia dell'ambiente si occupa della "parte bassa", la parte delle emissione e dei rifiuti che compie il processo inverso a quello che compiono i beni. Lo fa proponendo "correttivi" al mercato perché si occupi di aspetti di cui, autonomamente, non si occuperebbe.
Tuttavia questo punti di vista è riduttivo.
L'economia ecologica ha cominciato ad occuparsi dell'intero schema, cioè anche delle attività produttive, interpretate all'interno di uno schema più generale in cui sono considerate anche le attività produttive della natura, e in questa logica ha cominciato a preoccuparsi di ridurre i prelievi (non solo i rifiuti), della compatibilità dei rifiuti con gli ecosistemi e così via.
    - Attività produttive e mondo vivente. L'economia umana "si appoggia" sull'economia della natura, cioè sul sistema produttivo del mondo vivente. Il sistema produttivo del mondo vivente (l'ecosistema) si fonda sul ruolo centrale dei produttori, i quali sintetizzano la materia vivente dalla materia inorganica utilizzando l'energia solare tramite la fotosintesi. Esso fornisce l'energia biologica al resto del sistema vivente, consumatori (primari, secondari, ecc.) e decompositori. Nel sistema produttivo umano gli stessi compiti (fornire la materia e l'energia al resto del sistema) è svolto dal settore primario: agricoltura e attività estrattive. Ma mentre le sostanze di rifiuto degli esseri viventi forniscono nutrimento ad altri esseri viventi e sono alla fine decomposte nelle sostanze inorganiche di partenza con ciò chiudendo i cicli, la stessa cosa non avviene (o avviene ancora raramente) per i rifiuti delle attività umane di produzione e di consumo che in gran parte vengono sversati nell'ambiente in forma incontrollata (ciclo aperto).
Ancora: mentre gli organismi del mondo vivente prelevano direttamente (produttori) o indirettamente (consumatori e i decompositori) l'energia di cui abbisognano dal sole nella misura dei loro bisogni fisiologici, gli esseri umani hanno bisogno di grandi quantità di energia che eccedono i loro bisogni fisiologici per far funzionare il patrimonio di organi "esosomatici" di cui si sono dotati. "Per lungo tempo l'economia dell'uomo si è sostanzialmente calcata su quella del mondo vivente" (prevalenza dell'agricoltura), consistendo infatti del prelievo dei sovrappiù dei processi naturali e dell'utilizzo della capacità di riciclo della natura stessa. Con la rivoluzione industriale si attua una rottura: i prelievi cominciano a crescere quantitativamente, aumenta in modo senza precedenti l'utilizzo delle risorse non rinnovabili, vengono introdotte sostanze di sintesi nell'ambiente, lo smaltimento eccede sempre più spesso la capacità di depurazione dell'ambiente.
Fino alla rivoluzione industriale l'economia umana è fondamentalmente un'appendice di quella della natura (non che siano mancati gravi problemi ecologici anche in questa fase: cfr. p. 53); dopo comincia una "separazione" fra le due che è in realtà un tentativo di rovesciare il rapporto di dipendenza (l'economia della natura sottomessa all'economia umana nella sua versione capitalistica) che è all'origine della crisi ecologica.

- Entropia ed energia.

Il principio di entropia è, per Georgescu-Roegen, la chiave di spiegazione dei fenomeni economici degli organismi viventi sia umani sia non umani. Tutti gli organismi viventi difendono la loro basa entropia al prezzo di un aumento dell'entropia dell'ambiente che gli circonda; essi infatti prelevano dall'ambiente risorse ordinate (a bassa entropia) per sostenere il proprio metabolismo e vi rigettano rifiuti ad alta entropia (disordine). L'uomo non si comporta diversamente. Questa logica vale anche per i processi produttivi, che creano beni "utili" per l'uomo al prezzo di un aumento della dissipazione entropica delle risorse di materia ed energia prelevate dall'ambiente al quale ritornano come scarti e rifiuti di vario tipo. La moltiplicazione degli strumenti di produzione non ha fatto che ampliare su scala senza precedenti questa logica di dissipazione entropica.
Prima della rivoluzione industriale le fonti quasi esclusive di bassa entropia erano l'energia del sole e la biomassa rinnovabile, cioè essenzialmente dei flussi rinnovabili. Ma dopo la rivoluzione industriale:
- è aumentato costantemente il prelievo delle risorse energetiche e materiali non rinnovabili, che sono degli stock (fondi), e quindi sono soggette ad esaurimento;
- sono aumentati i rifiuti riversati nell'ambiente al di là delle sue capacità di depurazione;
- i danni emergono spesso distanti nel tempo e nello spazio;
- le alterazioni ambientali procedono a ritmi più rapidi di quelli a cui la maggior parte degli organismi superiori, la cui evoluzione adattativa si misura in migliaia e milioni di anni, può far fronte, e ciò porta al rapido impoverimento della diversità biologica.


3. Per una teoria del capitale naturale.

Natura e attività produttive....

Beni comuni....

Il "prodotto netto" dei fisiocratici....

L'apporto della natura. ...

Esternalità e consumo. ...

Ripartire dai fisiocratici.

Per una teoria del capitale naturale.... "formulare una teoria neo-fisiocratica del capitale naturale": "L'unica fonte del prodotto netto è il capitale naturale … Il lavoro umano non è altro che un trasformatore di energia biologica "informata" ecc."... Marx dice nella sua terminologia la stessa cosa (Critica al programma di Gotha): la natura è la fonte dei valori d'uso (la ricchezza materiale), anche il lavoro umano (la forza-lavoro) è solo una forza naturale... (p. 71). Occorre distinguere fra capitale prodotto e capitale naturale (la solita confusione fra cosa e rapporto sociale.) e fra materie producibili e materie irriproducibili; "occorre introdurre dei meccanismi di regolazione extramercato; la stessa cosa occorre fare per i Commons globali"; il lavoro non può appropriarsi del prodotto netto della natura che è "patrimonio comune dell'umanità ed il suo uso deve essere sottoposto a regole di accesso e di salvaguardia, per assicurarne la manutenzione e la massima conservazione" (p. 72): e il capitale (i capitalisti), per non dire della rendita (i proprietari a qualsiasi titolo di quote del "capitale naturale") che si appropriano da sempre del prodotto netto della natura? Ha presente la Bresso cosa ne dice Marx in Capitale III ?


Capitale "naturale"? un modo per tornare all'approccio standard

In verità la proposta teorica della Bresso - una teoria del "capitale naturale" - sfocia in un vicolo chiuso: reintroduce il feticismo dell'approccio standard (che scambia un rapporto sociale, il capitale in quanto rapporto di sfruttamento fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, per una "cosa", i mezzi di produzione stessi, che sono una condizione generale di ogni forma di produzione) e ne riproduce tutte le mistificazioni e innanzitutto la pretesa di assoggettare la natura al mercato e di fare della razionalità capitalistica non solo l'unico metro di razionalità economica (che già è contestabile, ovviamente, per ragioni strettamente economico-sociali e più in generale umane: il rifiuto della riduzione dell'uomo a Homo oeconomicus), ma addirittura il metro su cui si misura in qualche modo la razionalità ecologica. perché si introduce la contabilità monetaria e il criterio della redditività (monetaria) nella gestione di fatti ambientali la cui intrinseca razionalità è irriducibile a un calcolo di convenienza, il quale ha un senso (quando ce l'ha) non solo all'interno di una certa struttura economico-sociale (di certi rapporti sociali), ma all'interno di alcuni parametri dati per presupposti (come la preferenza intertemporale) che sono invece definibili solo all'esterno di tale calcolo di convenienza e su una base del tutto diversa che attiene proprio alla dimensione propriamente ecologica. Detto altrimenti: non è il rendimento di mercato assicurato da un certo ritmo di estrazione di una risorsa che definisce l'"economicità di lungo periodo" (qualsiasi cosa ciò voglia dire) del suo sfruttamento, ma viceversa, una decisione che precede il calcolo della redditività di mercato, e che attiene invece considerazioni di lungo periodo sulla sua preservazione e/o sostituzione e la sua destinazione fra diversi possibili usi, che stabilisce i presupposti del calcolo di redditività che poi sarà registrata dal mercato. In assenza di questa pre-definizione dell'orizzonte temporale e della destinazione d'uso di una risorsa, la logica spontanea del mercato non può che portare allo spreco e alla distruzione della risorsa stessa.
Il riconoscimento di questa inversione di priorità fra logica ecologica e logica di mercato è esattamente ciò che distingue (o dovrebbe distinguere) un nuovo approccio "ecologico", in grado di integrare dimensione fisico-naturale e dimensione umano-sociale dei processi economici, dall'approccio standard che si è rivelato incapace di fronteggiare praticamente e teoricamente l'emergenza dei problemi ambientali.
Le contraddizioni a cui conduce questo approccio della Bresso sono abbastanza chiare. In realtà la categoria del "capitale naturale", quando è qualcosa di più di una mera metafora semantica (metafora infelice e fuorviante), è un modo per ripiombare interamente dentro l'approccio standard i cui limiti sono stati denunciati nei capitoli iniziali.
La Bresso definisce il "capitale naturale", sulla scia di Daly e Cobb, in contrapposizione al capitale "manufatto" o "costruito", ossia prodotto dal lavoro umano, come "la base fisica della produzione" (p. 78). La preservazione del "capitale naturale" così definito viene assunto come il criterio per definire lo "sviluppo sostenibile" ("in senso forte", vedi a p. 79: "In questa accezione forte... non deve essere ridotta la capacità produttiva della terra - e dei mari... - che producono le risorse rinnovabili; mentre quelle non rinnovabili dovrebbero essere utilizzate solo entro il tasso di ritrovamento della stessa o di una che svolga le stesse funzioni"), che è, per la Bresso, "il tentativo di costruire una teoria generale dell'intervento finalizzato a rendere compatibili ambiente ed economia" (p. 75). Si sta andando da una situazione in cui è scarso il capitale costruito a una in cui il "fattore limitante" diventa il capitale naturale. Una strategia di sviluppo sostenibile dovrebbe dunque massimizzare la produttività di quest'ultimo. ciò dovrebbe comportare "un aumento di investimenti nel capitale naturale per aumentarne, se non l'offerta - che è per definizione non aumentabile dall'uomo, altrimenti diventerebbe capitale manufatto - almeno la produttività nell'uso" (p. 79).
Ma come è possibile investire nel capitale naturale? investendo, dice la Bresso con Daly e Cobb, per aumentare la produttività degli ecosistemi (copertura forestale, patrimonio ittico, popolazioni naturali di certe specie ecc.), per incrementare la produttività d'uso e il risparmio delle fonti non rinnovabili e per la manutenzione del patrimonio naturale.
Ciò non toglie interesse alla trattazione della Bresso della nozione di sviluppo sostenibile e dei possibili sentieri di sviluppo sostenibile, da cui emerge con chiarezza che il vero ostacolo è la logica intrinseca del capitale che sospinge ad una crescita ad un tempo irrazionale ed iniqua, in quando discrimina gran parte dell'umanità. "Una politica che persegua seriamente lo sviluppo sostenibile deve, quindi, affrontare come prima cosa la questione delle immense risorse materiali necessarie che i paesi ricchi dovranno mettere a disposizione tramite una vera e propria riconversione economica: da una economia demand-oriented ad una nature-oriented, che investa una parte consistente del proprio prodotto nella rivalutazione, nel ripristino e nella conservazione del capitale naturale dell'umanità " (p. 99).
Se ne ha la prova ad esempio nel capitolo 5 (in cui si propone una "mercatizzazione" dei servizi ambientali come la conservazione delle foreste, pp. 100-101) e nel capitolo 7, nel quale la Bresso riferisce favorevolmente le proposte teoriche di gestione dei Global commons (i beni comuni globali: clima, biosfera ecc.) avanzati ad esempio da Dorfman (che propone un meccanismo di "contrattazione" di tipo economico per ciò che riguarda le politiche di stabilità climatica, di contenimento delle emissioni di anidride carbonica e di prevenzione dell'effetto-serra) e da Liska (che propone che la gestione dei grandi bacini fluviali transnazionali sia affidata a società per azioni sovranazionali); proposte che, facendo affidamento sulla logica di mercato, arrivano a conclusioni paradossali, come il fatto che per prevenire l'uso distorto di una risorsa debba pagare principalmente chi ne subisce le conseguenze e non chi ne è la causa... La qual cosa è perfettamente in sintonia con quel che avviene già nel sistema capitalistico dove le disparità strutturali di forza (economica, tecnologica, politica, militare ecc.) fra le classi e fra le nazioni determinano le "convenienze" economiche. Ma ciò ha ben poco a che vedere sia con una politica accettabile di preservazione degli equilibri ambientali sia con qualsiasi considerazione di equità sociale o internazionale.
Ciò non vuole dire, sia chiaro, rifiutare per principio l'utilizzo di strumenti "di mercato" in funzione di determinati obiettivi di carattere ambientale. Il caso carbon tax, illustrato e argomentato dalla Bresso nel paragrafo 7.2, presenta una situazione in cui questo utilizzo potrebbe essere ad un tempo efficace ed equo (ovviamente molto dipende dai dettagli) in quanto potrebbe da un lato incentivare i comportamenti che riducono le emissioni di anidride carbonica e i rischi di riscaldamento dell'atmosfera (risparmio energetico e cambiamento tecnologico) e dall'altro distribuire il costo del cambiamento in modo che esso ricada su coloro che portano le maggiori responsabilità del problema (i grandi consumatori di risorse fossili). Ma nel caso della carbon tax si tratterebbe, è chiaro, non di far decidere al mercato, ma al contrario di intervenire sul mercato in base ad obiettivi pre-definiti che vengono perseguiti anche tramite il mercato, ma che non sarebbero ottenibili dal mercato lasciato alla sua spontaneità.
Non possiamo comunque non osservare che questa discussione, per quanto interessante, è largamente teorica, essendo stata la proposta dell'istituzione della carbon tax avanzata a Rio 1992 bocciata proprio da coloro che ne sarebbero stati penalizzati: le economie capitalistiche del Nord del mondo, Usa e Cee (oggi Ue) in primis. Ed è questo il dato più significativo dell'intera faccenda. In fondo, il ricorso a strumenti di mercato (come un'imposta) presuppongono una forma di compromesso con le forze sociali che si identificano col mercato (il capitale) che evidentemente è in condizione di mettere il veto su quegli interventi che, pur tecnicamente possibili nel quadro dell'economia capitalistica, sono in larga misura politicamente e socialmente impossibili, salvo situazioni particolari e una forte pressione sociale.
Ciò non toglie che non si debbano proporre e che alcuni, almeno, di questi strumenti, ad esempio una correzione in senso "ambientale" della fiscalità , non siano anche attuabili con risultati positivi (si veda i capitoli 6 ["Obiettivo di una politica fiscale per lo sviluppo sostenibile” [è] la modifica dei prezzi relativi fra risorse non prodotte (capitale naturale), da un parte e capitale prodotto e lavoro, dall'altra, allo scopo di favorire il risparmio del fattore limitato rispetto a quelli relativamente più abbondanti, come appunto il capitale costruito e il lavoro" (p. 108)] e 13), come sembrava convinto anche l'ex ministro Tremonti, la cui proposta di correzione ambientale del fisco italiano è peraltro molto prudente e sembra più un modo per razionalizzare l'esistente rafforzando la pressione della fiscalità indiretta e alleggerendo la pressione della fiscalità diretta che incide sui redditi personali (soprattutto quelli più elevati!) che non una decisa sterzata a favore dell'ambiente e di una correzione degli sprechi.


Riformare la contabilità economica

L'approccio neo-marginalistico, più che neo-fisiocratico, al capitale naturale si ritrova anche nella correzione della contabilità economica che la Bresso affronta nei capitoli 8-10. L'attuale contabilità che sottende alla definizione del cosiddetto Pil (prodotto interno lordo) come è noto registra solo le attività economiche che si traducono in transazioni monetarie. Non dunque il lavoro domestico gratuito, le attività di cura nell'ambito familiare, le attività di produzione per l'autoconsumo. E neppure contabilizza i danni all'ambiente in qualunque modo provocati ma solo, eventualmente, e come "valore aggiunto" (dunque con segno positivo) le spese sostenute per ripararli. Così, paradossalmente, inquinare e disinquinare costituisce per la contabilità nazionale una doppia aggiunta al reddito, mentre un comportamento rispettoso ci fa più poveri. La contabilità incentrata sul reddito, inoltre, mentre tiene conto delle variazioni del capitale prodotto sotto forma di ammortamenti, trascura del tutto le variazioni del "capitale naturale". Così, il consumo di una risorsa che ne provoca la sua distruzione permanente figura come un aumento del reddito, mentre un comportamento conservativo non viene registrato dalla contabilità nazionale.
La Bresso illustra con chiarezza tutta questa materia offrendo una rassegna delle diverse proposte di "correzione" ambientale della contabilità monetaria avanzate in varie sedi e già applicate da numerosi paesi (anche in Italia si sono avviati tentativi in tal senso). Alcuni risultati sono degni di rilievo. Il calcolo dell'Isew (Index of Sustainable Economic Welfare, un indice che prende in considerazione una stima dei costi e dei benefici ambientali e sociali) effettuato da Daly e Cobb per gli Stati uniti ha messo in luce clamorose differenze fra la "crescita" registrata dal Pil, calcolato in modo tradizionale, nel periodo 1950-1986 (passato da 3.412 a 7.226 dollari pro capite a dollari costanti 1972, con un incremento medio annuo dell'1,9%), e l'andamento dell'Isew, passato nello stesso periodo da 2.488 a 3.402 dollari, con un incremento medio annuo dello 0,53%. Ancor più significativo l'analisi disaggregata di questo andamento: l'Isew è diventato negativo fra il 1970 e il 1980 (-0,14% annuo) e pesantemente negativo in era reaganiana, fra il 1980 e il 1986 (-1,84%). Una prova ulteriore del "disaccopiamento" fra crescita economico-materiale e benessere socio-ambientale che caratterizza sempre più il cosiddetto "sviluppo" delle economie capitalistiche "più avanzate".


4. Strumenti per le politiche ambientai

La quarta parte (capitoli 11-16) del testo della Bresso prende in considerazioni gli strumenti microeconomici di politica ambientale, fondamentalmente di ispirazione neoclassica (sulla scia di Marshall e Pigou) e incentrate sul principio della "internalizzazione delle esternalità ", ossia della correzione con meccanismi di mercato delle imperfezioni del mercato stesso nel considerare pienamente i costi sociali (e non solo aziendali) delle attività economiche.
Interessante la disamina del capitolo 13 ("perché le tasse ambientali sono così poco utilizzate?") in cui si evidenziano, fra le altre obiezioni più o meno fondate avanzate dagli industriali, dai politici e dagli ambientalisti, gli argomenti di tipo etico proposti da un filosofo, Mark Sagoff, che distingue fra interessi e valori, rientrando la tutela dell'ambiente nel secondo ambito, che va sottratto a una valutazione strettamente economica che è propria invece del primo ambito. Sagoff non rifiuta del tutto l'utilizzo di strumenti economici di politica ambientale, ma questi dovrebbero essere al più aggiuntivi, una volta definita una sfera di valori, di limiti e di comportamenti di preservazione dell'ambiente di carattere obbligatorio e non negoziabile (pp. 225-228).

Di notevole interesse anche il capitolo 15 in cui vengono presentati alcuni degli strumenti più recenti di orientamento del mercato che fanno affidamento tuttavia non sui prezzi o le tasse ma sulla qualità del prodotto e l'informazione del pubblico (ecolabel, ecoaudit). Un rilevante interesse politico rivestono, a parere di chi scrive, l'introduzione del principio di responsabilità estesa del produttore (che obbliga il produttore a farsi carico di tutta la vita del prodotto, dalla produzione al consumo allo smaltimento, scarti e rifiuti compresi, e costituisce dunque uno stimolo al riuso e al riciclo) (pp. 274-277) e la metodologia dei bilanci ecologici territoriali, uno strumento (per ora a carattere esclusivamente conoscitivo) estremamente utile per i pubblici amministratori per realizzare politiche ambientali integrate che superino i limiti di settorialismo oggi prevalenti e sappiano considerare le complesse relazioni che intercorrono sia fra i diversi comparti della vita economico-sociale sia soprattutto fra i diversi elementi dell'ambiente globale (pp. 266-269).


5. Valutare l'incommensurabile

La quinta e ultima parte ("Valutare l'incommensurabile", capitoli 17-19) riferisce delle varie metodologie di stima indiretta del valore (monetario) dell'ambiente quando non sia possibile contare sui prezzi (l'analisi costi-benefici, la valutazione d'impatto ambientale, la regola della disponibilità a pagare, la valutazione di danno ambientale ecc.). Interessante citare qui la definizione di valore economico totale (vet) dei beni ambientali, proposta recentemente dall'Ocse, per superare la valutazione tradizionale che si fonda sui benefici economici attesi dal loro utilizzo, integrandola con la considerazione dei "benefici intrinseci" rappresentati dal fatto della mera esistenza di un particolare bene ambientale (flora, fauna, paesaggio, ecc.), indipendentemente dal beneficio ricavabile dal suo utilizzo. Il valore economico totale di un bene ambientale viene allora definito come la somma dei benefici per gli utilizzatori e dei "benefici intrinseci", dove i primi sono a loro volta costituiti dalla somma (algebrica) del valore di consumo (derivante dall'utilizzo del bene), del valore di non consumo (derivante dalla fruizione non appropriativa del bene: come può essere il valore paesaggistico di un bosco, di un fiume ecc.) e dal valore d'opzione (che sussiste per coloro che, pur non desiderando utilizzarlo oggi, vogliono salvaguardarlo per le future generazioni) di quel bene. Si tratta di un tendenziale superamento di una visione strettamente economica ed antropocentrica del valore che, se sviluppata, potrebbe essere posta alla base, in un mutato contesto politico-sociale, di una contabilità economica-ambientale integrata, indubbiamente più saggia e prudente di quella presente (pp. 304-307).


Le conclusioni

L'ispirazione ambientalista dell'autrice torna in primo piano nelle conclusioni dove la Bresso avanza alcune proposte non prive di uno loro radicalità etico-culturale (anche se non è ben chiaro il nesso fra questa radicalità e la "moderazione" degli strumenti di concreta politica ambientale proposti nei capitoli precedenti, che si rifanno in prevalenza a una logica di "correzione del mercato").
La Bresso dichiara di aver cercato di delineare un percorso di indagine fruttuoso e transdisciplinare (l'economia ecologica, per l'appunto) e di portare un contributo alle linee di ricerca più importanti, in particolare all'analisi dell'apporto dei fattori naturali alle attività produttive (p. 331).
A livello operativo i filoni più promettenti sono, dichiara, "quello della messa a punto di una contabilità fisica del patrimonio naturale e di una contabilità monetaria che renda conto dei passi (avanti o indietro) che facciamo sulla via della sostenibilità, nonché quello di riorientare il sistema fiscale allo scopo di tutelare il patrimonio naturale e storico-artistico e di risparmiare le risorse non producibili" (pp. 331-332).
Allargando lo sguardo all'intersezione complessa fra economia e ambiente la Bresso indica due direzioni di indagine teorica: "un maggiore radicamento dell'analisi economica in rapporto alle scienze biologiche e naturali" e "più attento uso dei contributi che possono venire dalle scienze sociali, per la migliore comprensione dei cambiamenti che nelle società sviluppate l'emergere della questione ambientale sta producendo nella struttura dei bisogni e delle motivazioni delle persone" (p. 333).

In concreto le "suggestioni" (più che vere e proprie proposte teorico-pratiche) avanzate dalla Bresso sono le seguenti.
E' necessario comprendere l'integrazione dell'economia umana nell'economia naturale, nell'unità complessiva di Gaia, e rispettare questa economia e questa unità che si esprime in tempi "minerali" e "biologici" che non sono quelli "storici" dell'uomo (pp. 333-336).
E' necessario, per fondare l'economia ecologica, considerare concetti come incertezza, limite, complessità, irreversibilità per descrivere i problemi che insorgono nel rapporto fra economia e ambiente. Sulla specie umana, che unica ha conosciuto l'evoluzione culturale che produce informazione e cambiamento, incombe la responsabilità della gestione del pianeta vivente. L'incredibile accelerazione dello sviluppo umano deve essere ora controllato.
Più che a ottenere nuovi surplus di energia per sviluppare la ricchezza materiale, oggi dobbiamo sviluppare l'informazione, una risorsa complessa, "endogena dell'uomo" (p. 338) che deve essere impiegata nella produzione "allo scopo di ridurre i consumi di energia e materie prime e di minimizzare gli effetti ambientali diretti ed indiretti dei prodotti, sia nella produzione che nell'uso", ma anche allo scopo di "sostituire la domanda di beni materiali, modificare cioè stili di vita e struttura dei bisogni" privilegiando il servizio utile rispetto al prodotto materiale a cui siamo abituati ad associarlo (pp. 338-339).
La strategia di sviluppo sostenibile deve inoltre rivalutare l'attitudine delle società agricole tradizionali che privilegiavano il buono stato del patrimonio naturale e il lungo termine, rispetto a quella subentrata con la società industriale, preoccupata dei tempi brevi e di una ricchezza concepita come flusso di beni mobili e non come stock di beni immobili.
Così la crescita della produttività della terra viene ottenuta al prezzo del consumo crescente di risorse non rinnovabili e di un uso distruttivo del suolo, che mettono in discussione la riproduzione a lungo termine.
Ugualmente, l'elevato flusso dei beni materiali computato dal Pil avviene al prezzo della distruzione crescente degli stock di risorse non rinnovabili. Riprendendo un concetto di Georgescu-Roegen, Mercedes Bresso afferma che scopo del processo della produzione-consumo non è, ovviamente, la produzione di rifiuti, ma una componente immateriale, la "gioia di vivere", che dipende solo parzialmente (se si prescinde dalla componente agricola) dal supporto materiale dei beni. Tuttavia c'è il rischio che la "smaterializzazione" dei beni venga sostituita da una crescente "mercatizzazione" dei servizi e soprattutto delle relazioni sociali, il contrario della "società conviviale" (pp. 340-342).
Quindi, anche i più recenti sviluppi della società del "terziario avanzato", della "società dell'informazione" (dal fax al telelavoro, dai computer ai "gadgets immateriali"), lungi dal liberarci dall'angoscia delle merci, rischia di acuire l'ossessione del tempo (il tempo è sempre più denaro nella società del just in time e di ogni cosa in tempo reale) (p. 343).
La velocità ossessiva del mondo contemporaneo è una fonte di stress non solo per gli esseri umani ma anche per l'ambiente, in quanto produce sprechi di materiali, sprechi di energia, congestione urbana.
Le parole-chiave di una società sostenibile dovrebbero invece diventare qualità, lentezza, contemplazione (p. 346). Qualità come antitesi alla quantità, all'usa e getta, come manutenzione e cura delle cose e dell'ambiente. Lentezza come tranquillità e giusto spazio, giusto valore alle cose, alle persone, agli avvenimenti ecc. Contemplazione come osservazione e azione misurata, come valorizzazione della conoscenza e della saggezza. Come senso del limite, come rifiuto dell'invadenza delle merci, come azione libera, solidale, come "opzione del tempo libero, del tempo della creazione, della felicità, della riflessione, dello studi, della cura degli altri, di un rapporto amichevole con la natura", in cui lo spazio dell'economia si ritiri, si faccia un po' da parte, una volta portata l'umanità al di là del bisogno: finalmente domenica! (pp. 348-349).



Appendice: paradigmi a confronto

IL MODELLO DELL'ECONOMIA STANDARD.

Una definizione formale dell'economico, ovvero l'irrilevanza della storia.
Un sistema "chiuso", ovvero l'irrilevanza dell'ambiente naturale.
L'individualismo metodologico (l'homo œconomicus), ovvero l'irrilevanza della società.
Il sistema dei prezzi di equilibrio, ovvero l'irrilevanza del passato e del futuro.
La funzione della produzione neoclassica, ovvero l'irrilevanza del mondo reale.
Il ruolo del mercato, ovvero il migliore dei mondi possibili.
Le soluzioni di mercato, ovvero il migliore dei mondi possibile è perfettibile.
Ottimismo tecnologico assoluto.

IL MODELLO DELL'ECONOMIA ECOLOGICA.

Una definizione sostanziale dell'economico, ossia l'importanza della natura.
Un sistema "aperto", ovvero l'importanza della dipendenza dall'ambiente.
I processi economici come processi (anche) fisico-ecologici.
Per una contabilità in termini fisici dei processi economici.
Irreversibilità e futuro: ovvero i limiti insuperabili del mercato.
I limiti della tecnologia sono una questione seria.
Qualche proposta anticonformista di politica ambientale.


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