Londra, 11 luglio 1868
Caro amico,
[...]
Per quanto riguarda lo "Zentralblatt", quell'uomo fa la concessione più ampia possibile, concedendo che bisogna ammettere le mie conclusioni, qualora alla parola valore si connetta comunque un pensiero. Quel disgraziato non vede che l’analisi dei rapporti reali, data da me, conterrebbe la prova e la dimostrazione del reale rapporto di valore anche se nel mio libro non vi fosse nessun capitolo sul “valore”. Il cianciare sulla necessità di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e qualitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self evident [di per sé evidente]. Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti.
La scienza consiste appunto in questo: svolgere come la legge del valore si impone. Se dunque si volessero “spiegare” a priori tutti i fenomeni apparentemente contrastanti con la legge, bisognerebbe dare la scienza prima della scienza. E' appunto l'errore di Ricardo di presupporre, nel suo primo capitolo del valore, come date tutte le categorie possibili che ci dovranno essere sviluppate, allo scopo di comprovarne la conformità alla legge del valore.
E' vero d'altra parte che la storia della teoria comprova, come lei giustamente ha supposto, che la concezione del rapporto di valore era sempre la medesima, più o meno chiara, più guarnita di illusioni, o scientificamente più definita. Siccome il processo stesso del pensare nasce dalle condizioni ed esso è stesso un processo di natura, il pensare veramente intelligente può essere soltanto sempre lo stesso, e si può distinguere solo gradualmente, secondo la maturità dello sviluppo, e dunque anche nell'organo con cui si pensa. Tutto il resto son ciance.
L'economista volgare non se lo sogna nemmeno che i reali, quotidiani rapporti di scambio e la quantità di valore non possono essere immediatamente identici. Il senso della società borghese consiste appunto in questo, che a priori non ha luogo nessun cosciente disciplinamento sociale della produzione. Ciò che è razionale e necessario per la sua stessa natura, si impone soltanto come una media che agisce ciecamente. E poi l’economista volgare crede di fare una grande scoperta se, di fronte alla rivelazione del nesso interno, insiste sul fatto che le cose nel loro apparire hanno un altro aspetto. Infatti egli è fiero di attenersi all’apparenza e di considerarla definitiva. A che serve allora una scienza?
Ma qui la faccenda ha ancora un altro sfondo. Assieme alla introspezione nel nesso crolla, di fronte alla rovina pratica, ogni fede teorica nella necessità permanente delle condizioni esistenti. Qui vi è dunque l'assoluto interesse delle classi dominanti di perpetuare la spensierata confusione. E a quale altro scopo sarebbero pagati i sicofanti cialtroni che non hanno altra carta scientifica nel loro gioco se non quella che nell'economia politica non è comunque lecito pensare?
[...]
Suo K. M.
[Da: Karl Marx, Lettere a Kugelmann, Editori Riuniti, Roma 1969, pp. 77-79]
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