Dieci giorni fa il "Riformista" ha ospitato la lettera-appello al segretario del PD Pierluigi Bersani di una settantina di parlamentari studiosi e industriali a favore dl nucleare. Uno degli argomenti centrali di costoro era, in sintesi: "il PD non prenda una posizione preconcetta ma apra il confronto a partire dai dati".
Un confronto a partire dai dati: ottimo proposito, se non fosse che l'opzione nucleare è già stata adottata dal governo Berlusconi "a prescindere" da ogni confronto nel paese e anche in parlamento. Per cui l'appello dei nuclearisti del PD è un'altra cosa: non un invito al confronto, ma un invito a non opporsi al nucleare, un invito ad accettare una scelta già fatta. Ossia è un invito "a prescindere" da ogni confronto; e anche a prescindere dai "dati".
Uno dei firmatari della lettera-appello, Umberto Minopoli, aveva esposto sul "Riformista" lo stesso pretestuoso ragionamento: l'esigenza del confronto con i "dati" fra chi ha la "patente" per presentarli e comprenderli (Come spiegare l'atomo agli italiani). Gli risponde su "greenreport" Pierluigi Adami, esponente degli "ecologisti democratici".
Il punto di vista di Adami non è il mio, ma la sua risposta è comunque interessante perché smaschera la malafede dei nuclearisti argomentando proprio a partire da "dati" incontrovertibili. Per questo penso che valga la pena di riproporla qui integralmente.
Mi permetto solo una integrazione ai dati di Adami su due punti tutt'altro che di minore importanza.
1. Minopoli sostiene l'impossibilità per l'Italia di rispettare gli impegni europei in materia di emissioni di CO2 se rinuncia al nucleare. Adami dimostra correttamente che il nucleare non può dare alcun contributo alla riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020. Vero. Ma si può dire ben di più: il ritorno al nucleare non solo non ridurrà ma farà anzi peggiorare il bilancio italiano delle emissioni di CO2, e non solo nel 2020, ma per almeno 25-30 anni.
Bisogna infatti considerare alcuni "dati" su cui i nuclearisti allegramente sorvolano, ma spesso sono trascurati anche da chi li contrasta. L'avvio di un qualsiasi programma di produzione di energia elettrica tramite centrali nucleari comporta nella fase di costruzione degli impianti e in tutto il ciclo del combustibile (fasi che precedono la produzione di energia elettrica) ingenti emissioni di CO2; queste emissioni ammontano a circa un terzo, almeno, di quelle che si avrebbero producendo la stessa quantità di energia elettrica utilizzando centrali a ciclo combinato a gas (però nel caso delle centrali a gas le emissioni "correrebbero in parallelo" alla produzione di elettricità); bisogna poi considerare che la costruzione di una centrale nucleare dura almeno un decennio e poi produce energia elettrica per 30 anni circa; se consideriamo il bilancio delle emissioni sull'intero arco di vita degli impianti, si può dire correttamente che una centrale nucleare comincia a presentare un risparmio di emissioni di CO2 rispetto a una centrale a gas non prima di vent'anni dalla decisione di costruirla; bisogna poi tener conto che le centrali in programma sono più di una (ne vorrebbero almeno una mezza dozzina, dotate ciascuna di due reattori); esse non entrerebbero in funzione tutte insieme, ma scaglionate nel tempo; se calcoliamo il bilancio complessivo delle emissioni di CO2 dell'intero programma nucleare si scoprirà allora che esso non diventerà positivo prima di 25-30 anni!
Ecco dunque il bel "contributo" che l'Italia può ricevere dall'opzione nucleare: un peggioramento per almeno un quarto di secolo del proprio bilancio delle emissioni di CO2!
Crolla così miseramente un argomento che, alla luce della crisi climatica, sembrava decisamente a vantaggio del nucleare. E in verità era (è) anche l'unico vero punto a suo vantaggio; ma solo in rapporto alla produzione termoelettrica tramite idrocarburi fossili: carbone o gas, fortemente produttori di gas climalteranti; non certo rispetto alla produzione elettrica da fonti rinnovabili: solare, eolico, geotermico, il cui impatto in CO2 è decisamente più contenuto...
2. Minopoli sostiene che il nucleare civile è la tecnologia energetica più sicura tanto è vero che in sessant'anni ha avuto "un solo incidente significativo, con esiti mortali (55 persone)" a Chernobyl. Adami sorvola su questa affermazione vergognosa... Poteva almeno segnalare che gli incidenti significativi (con esiti mortali, per stare al criterio proposto di Minopoli) sono stati almeno una dozzina (qui un elenco molto parziale: fino al 1970, 1971-1990, 1991-2010). Su Chernobyl, poi, non si può non ricordare che le dimensioni quantitative e qualitative di quell'incidente sono senza paragoni con altre catastrofi industriali (la Bielorussia vi ha perso il 20% delle sue terre agricole e delle sue foreste; un'area del raggio di 30-50 chilometri dal reattore esploso è stata dichiarata morta per un periodo di alcune centinaia di anni; la Russia ha subito perdite economiche pari alla produzione energetica totale di tutte le sue centrali nucleari...). I "dati" di Minopoli sulle vittime, poi, sono sbugiardati dallo stesso contestatissimo rapporto ufficiale preparato nel 2006 dalle agenzie dell'ONU, fra cui l'AIEA, che avanza una stima di 4.000 vittime solo per i casi di leucemia; ma numerosi altri studi degli enti i più diversi arrivano a stime di molto superiori; alcuni ipotizzano alcune centinaia di migliaia di morti nell'arco di un secolo... (per le fonti di questi dati rimando al mio dossier sulla catastrofe di Chernobyl). Neppure si possono ignorare i numerosi studi che in anni recenti hanno portato evidenze crescenti degli effetti dannosi dei bassi livelli di radiazioni che vengono inevitabilmente assorbite dalle popolazioni che vivono in prossimità delle centrali nucleari o degli impianti di trattamento del combustibile, anche in assenza di "incidenti significativi" (come testimonia ad esempio questo studio del governo tedesco)...
Insomma, se questa è l'idea di confronto onesto e scientifico sui "dati" che hanno in mente i "nuclearisti democratici" e "patentati", stiamo proprio freschi! Ma non c'è da stupirsene. Costoro difendono ben più di un'opinione, difendono in genere corposi interessi...
[t.b., 22 maggio 2010]

Nucleare: la patente del "Riformista". Qual è l'informazione chiara?
di Pierluigi Adami (direttivo nazionale Ecologisti democratici)
Umberto Minopoli nel suo articolo sul nucleare, pubblicato dal "Riformista" lo scorso 28 aprile, auspica un'informazione chiara e basata su dati di fatto, ma per primo non contribuisce alla buona informazione, fornendo dati non sempre verificabili né sostenute da analisi obiettive.
L'affermazione più contestabile del suo articolo è quella che sostiene che, senza il nucleare, l'Italia non raggiungerebbe l'obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020.
Qui siamo di fronte al rovesciamento della realtà, perché, al contrario, l'introduzione del nucleare comporterà un serio ostacolo al raggiungimento degli obiettivi della direttiva europea 20-20-20.
Infatti sono incontestabili alcuni dati di fatto: 1) che le emissioni di CO2 sono dovute a un insieme complesso di fattori, a cominciare dalla mobilità e dal riscaldamento, mentre il nucleare serve solo a produrre energia elettrica. 2) Anche nell'ipotesi molto remota che nel 2020 una centrale nucleare possa entrare in esercizio nel nostro paese, questa produrrà circa l'1% del fabbisogno energetico complessivo italiano, con effetti irrilevanti sulle emissioni di CO2.
Dunque, se il piano governativo sul nucleare andrà avanti, avremo ottenuto, forse nel 2030 e fuori tempo massimo rispetto agli obiettivi europei, di produrre dalle quattro centrali nucleari italiane meno del 5% del fabbisogno energetico nazionale. A un costo intorno ai 30 miliardi di euro. Continueremo dunque a dover importare gas e petrolio, e in più dovremo importare dall'estero centinaia di tonnellate di uranio arricchito ogni anno. Davvero un bel risultato.
L'introduzione del nucleare in Italia comprometterà proprio il raggiungimento degli obiettivi europei, e anche questo è un dato di fatto. Basta fare due conti. Di recente, i dati del Gestore elettrico e di Terna hanno ribassato congruamente le previsioni di fabbisogno elettrico italiano al 2020. I consumi sono in picchiata, così come il PIL, e gli effetti della crisi si protrarranno per anni, anni durante i quali sarà persino difficile risalire la china e tornare ai livelli di produzione e consumo ante 2008. Tutte le previsioni di crescita, che usavano i fautori del nucleare, sono saltate, e non si può non tenerne conto. Oggi siamo di fronte a dati di fabbisogno al 2020 sostenibili con il parco centrali esistenti e l'incremento delle rinnovabili.
Nel 2020 abbiamo l'obbligo europeo di portare il consumo elettrico da fonti rinnovabili a poco meno di 100 terawattora. Ce la possiamo fare: nel 2008 e 2009 abbiamo aggiunto ogni anno 10 nuovi terawattora di energia pulita. È come aver costruito in due anni due centrali nucleari, ma con l'energia del sole e del vento. Siamo arrivati a quasi 70 terawattora da rinnovabili, di questo passo l'obiettivo europeo è raggiungibile anche in previsione di riduzioni degli incentivi.
L'altro obiettivo prioritario per l'Italia è quello dell'efficienza energetica, obiettivo di straordinaria importanza perché incide sul progresso tecnologico, sull'innovazione, sull'uso di nuovi materiali e tecnologie. Puntare sull'efficienza energetica, questo sì è un "must" (uso la parola di Minopoli) per le imprese italiane, se vogliono stare al passo con il resto del mondo sviluppato.
Alla fine dei conti, il soddisfacimento congiunto degli obiettivi europei comporterà di per sé un surplus elettrico in Italia, compensabile con una riduzione dei consumi da fonti fossili. Grazie a ciò, ad esempio, potranno essere definitivamente chiuse le centrali più vecchie, a olio combustibile, derivato dal petrolio e più inquinante, già oggi ridotte a solo il 7% della produzione elettrica nazionale.
Da questo punto di vista, l'introduzione del nucleare avrebbe un effetto solo dannoso. È evidente che introdurre nuova energia in un sistema che già è in surplus, è inutile. Se poi consideriamo che i contratti per il gas sono già sottoscritti e vincolanti per il nostro paese nei prossimi anni – contratti anche promossi dallo stesso governo che vuole il nucleare – che cosa otteniamo? Che a fare le spese dell'introduzione del nucleare sarà l'efficienza energetica e il progresso delle rinnovabili, compromettendo dunque il soddisfacimento degli obblighi europei e, soprattutto, facendo perdere all'Italia una grande opportunità di sviluppo e innovazione.
Un altro aspetto discutibile dell'analisi di Minopoli riguarda la questione dei costi. Egli afferma che solo il carbone regge la sfida della competitività del nucleare.
Non so francamente dove abbia ricavato questo dato. Qui posso riportare due fonti, tra le più autorevoli e certo non accusabili di simpatie ambientaliste: il MIT e l'agenzia di rating Moody's. In entrambi gli studi recentemente pubblicati dai due istituti si dimostra che il costo di produzione dell'energia nucleare è più alto del 25-30% sia del carbone sia del gas, e sostanzialmente comparabile con l'eolico. Secondo i dati del MIT, anche l'introduzione di una pesante carbon tax porterebbe il costo del carbone lievemente inferiore ma comparabile al nucleare, mentre il gas resterebbe più conveniente. Moody's propone un'analisi anche a lungo termine, ponendo una lunga vita di 60 anni alle centrali nucleari per calcolarne i ricavi, e rileva che, anche in questo caso, per mantenere un ritorno dall'investimento effettuato, il nucleare ripaga meno delle altre fonti energetiche.
Vediamo quel che sta accadendo in Finlandia, paese già nucleare: il nuovo reattore di Olkiluoto, deliberata dal Parlamento nel 2002, non entrerà in funzione prima del 2013. Se ci riuscirà, visto il numero impressionante di problemi che sta riscontando la sua costruzione. Il costo di costruzione si è raddoppiato rispetto alle previsioni (ora è quasi a 6 miliardi di euro), e il cantiere è ancora aperto; aperta è anche una controversia legale tra la compagnia elettrica TVO e il costruttore francese Areva, lo stesso che dovrebbe costruire le centrali in Italia.
Siamo nel 2010, e l'Italia, paese che deve ripartire da zero, non ha ancora deliberato la costruzione di nulla.
Siamo un paese noto per inefficienze e ritardi nella costruzione di qualsiasi infrastruttura, nonché purtroppo pericolosamente inquinato da interessi mafiosi. Se in Finlandia ci vorranno forse quindici anni per avere il primo kWh dalla nuova centrale, e a quei costi, che cosa accadrà in Italia?
Sorvolo su altre affermazioni discutibili, come quella che riferisce della presunta esistenza di depositi di stoccaggio definitivo delle scorie in tutti i paesi nucleari, il che non risulta, o che i contenitori delle scorie siano "sicuri", visto che l'unica certezza che abbiamo è che quegli stessi contenitori, bombardati dalle radiazioni ad alta attività, o prima o poi si sgretoleranno, e allora sarà compito dei posteri gestire il lascito di veleno che le scelte irresponsabili della nostra generazione gli consegnerà.
P.S. Al fine di ottenere la "patente" richiesta da Minopoli per discutere di nucleare, in attesa di ricevere le sue credenziali, preciso che mi sono laureato in ingegneria nel 1986, anno di Chernobyl, con una tesi sui sistemi di controllo delle centrali nucleari.
(da "greenreport", 21 maggio 2010)
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