lunedì 19 ottobre 2009

Nucleare, quanto ci costa
























Nella propaganda filonucleare dei vari Berlusconi, Scaiola, Casini, ecc. viene spesso avanzato un argomento a cui raramente qualcuno replica, perché i veri oppositori alla scelta del ritorno al nucleare non hanno spazio in tivu. E' l'argomento secondo cui l'uscita dal nucleare di ventidue anni fa, "voluta dagli ambientalisti" (in realtà dalla larga maggioranza dei cittadini italiani attraverso i referendum), avrebbe causato un aumento della bolletta elettrica in Italia, in rapporto a quanto si paga altrove in Europa.
Niente di più falso.
Anche da un punto di vista immediatamente economico quella scelta fu saggia e vantaggiosa. L'Italia come paese avrebbe speso molto ma molto di più se avesse mandato avanti i suoi programmi nucleari.
La ragione è semplice. Nei vent'anni successivi all'uscita dell'Italia dal nucleare, il prezzo del petrolio è rimasto molto conveniente e non ci sarebbe stato alcun vantaggio economico a produrre l'energia elettrica con centrali nucleari invece che con centrali termiche. La dimostrazione di ciò è il fatto che nessun paese al mondo - e in primo luogo gli Stati Uniti, dove le aziende energetiche sono private e possono scegliere liberamente la fonte con cui produrre energia elettrica - ha più costruito centrali nucleari dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso.
La scelta compiuta dai cittadini col referendum va dunque giudicata positivamente anche sotto l'aspetto della mera convenienza economica.
Tutto bene, dunque?
No di certo. Perché - e qui sta il punto - alla scelta referendaria non seguì l'avvio di una nuova politica energetica in grado di guardare al futuro. Col referendum i cittadini avevano interdetto una strada e nel contempo suggerito l'esigenza di fare altre scelte per il futuro. Ma i governi succedutisi dopo di allora si sono limitati a vivacchiare mandando avanti una strategia fondata ancora sul petrolio, con l'aggiunta di un po' di carbone e di gas naturale. Questa inerzia politica è stata un tradimento (peraltro prevedibile) della volontà espressa nei referendum dalla grande maggioranza dei cittadini italiani di imboccare un'altra strada.
E' questa inerzia che va giudicata colpevole e miope, non la scelta dei cittadini. Ed è a questa inerzia che bisogna attribuire la responsabilità delle difficoltà in campo energetico che oggi si riaffacciano per l'Italia (alle quali comunque il ritorno al nucleare non offrirebbe soluzione).
Era prevedibile fin da allora, infatti, che l'era del petrolio a buon mercato sarebbe prima o poi finita. Era già allora evidente che, come il petrolio, anche le altre fonti fossili da cui si ricava energia elettrica (gas e carbone) sono limitate (anche se ci sono riserve per molti decenni ancora) e soprattutto hanno un forte impatto sul riscaldamento globale, dal momento che producono emissioni di anidride carbonica (CO2).
Dunque, dopo i referendum, sarebbe stato necessario lavorare da subito per sviluppare e applicare nuove tecnologie basate su fonti rinnovabili e a minor impatto ambientale, come l'eolico, il solare, il geotermico ecc. E naturalmente sfruttare a fondo la risorsa più facile e pulita: il risparmio energetico, ossia la riconversione e l'uso appropriato delle tecnologie per ridurre i fabbisogni in tutti i campi, dai trasporti, all'industria, all'edilizia, ai servizi, all'agricoltura...
Altri governi (capitalistici) hanno lavorato in questa direzione e oggi paesi come la Germania o la Spagna sono all'avanguardia nello sfruttamento dell'eolico e del solare o nelle tecnologie per il risparmio energetico.
Così non è accaduto in Italia. Non certo per colpa dei cittadini (una grande maggioranza dei quali ha dimostrato in molti modi in questi vent'anni di essere pronta ad adottare nuovi stili di vita ecologicamente sostenibili), ma per responsabilità di governi inetti e ignavi, di centrodestra ma anche di centrosinistra...
Così oggi, di fronte all'aumento della bolletta energetica provocata dall'impennata dei prezzi del petrolio, il centrodestra ripropone il nucleare per ragioni che, probabilmente, non hanno nulla a che vedere con l'ambiente (prevenire le emissioni di CO2) e con la convenienza economica, ma piuttosto con gli inconfessabili interessi della solita lobby e, probabilmente, con le ambizioni di una destra militarista che identifica il "prestigio nazionale" con la capacità di dotarsi dell'arma nucleare...
Resta un fatto: persi questi vent'anni, qualsiasi politica energetica venga adottata (o non adottata) nel prossimo futuro, il costo che i cittadini italiani dovranno pagare sarà sicuramente più elevato di quello che sarebbe stato se scelte adeguate fossero state assunte per tempo.

In questo quadro occorre rispondere di nuovo alla domanda: l'energia nucleare può essere oggi una scelta economicamente vantaggiosa?
La risposta è chiara ed è ancora "no".
Per molti motivi diversi.
Primo, se i conti del nucleare si fanno come vanno fatti, ossia includendo il costo iniziale di investimento (difficilmente valutabile, perché dipende da quanto si investe in sicurezza e nella costruzione di un sistema di gestione affidabile) e includendo i costi di ritrattamento del combustibile irradiato, di smaltimento delle scorie e di smantellamento della centrale al termine dei suoi 30 anni (se va bene) di funzionamento (costi tuttora impossibili da stimare, perché si tratta di conservare il controllo su migliaia di tonnellate di materiali pericolosissimi non per qualche anno o qualche decennio, ma per secoli e millenni), se si includono questi costi, come va fatto, allora il costo complessivo del chilowattora nucleare risulta decisamente più elevato di quello delle altre fonti e tecnologie oggi disponibili.
Secondo: bisogna tener conto che i costi della tecnologia nucleare sono in ogni caso crescenti, sia a motivo dell'incremento dei costi per la sicurezza e lo smaltimento delle scorie, sia a motivo dell'esaurimento dell'uranio: se ripartiranno in tutto il mondo i programmi nucleari, come auspicano i nuclearisti, le riserve si esauriranno rapidamente e anche i costi del combustibile (l'unico vero vantaggio economico fino ad oggi) si moltiplicheranno rapidamente.
Terzo: i costi delle tecnologie alternative ai combustibili fossili e al nucleare sono invece decrescenti, e potranno scendere tanto maggiormente quanto più il mercato per queste nuove tecnologie si allarga. Puntare sulle diverse tecnologie del solare e dell'eolico, oltre che vantaggioso dal punto di vista ambientale, è dunque vantaggioso anche dal punto di vista economico. Senza trascurare un dettaglio non da poco. Mentre i vantaggi del nucleare andrebbero tutti a pochi grandi gruppi industriali e finanziari nazionali e multinazionali, generalmente con stretti legami con il settore militare, le tecnologie alternative permetterebbero di distribuire i benefici in modo più diffuso, fra una molteplicità di soggetti economici e istituzionali, nonché fra i consumatori. Inoltre la scala e l'assenza di rischi "militari" delle tecnologie che sfruttano le fonti rinnovabili rendono più agevole il controllo delle comunità locali e dei lavoratori sulle scelte di sviluppo e sugli impianti di produzione energetica.
Quarto: quale che sia in futuro l'andamento dei costi delle diverse fonti energetiche e delle tecnologie per utilizzarle, è certo che la scelta economicamente (e ambientalmente) più vantaggiosa è puntare a fondo sul cosiddetto risparmio energetico, ossia sulla riduzione dei fabbisogni; il che non significa ridurre il benessere o comprimere i bisogni necessari, ma puntare su una combinazione di innovazione e riconversione tecnologica secondo criteri di efficienza energetica, riorganizzazione della vita sociale (trasporti, servizi, orari di lavoro ecc.) e adozione di stili di vita più sobri e attenti all'impatto ecologico.

Qualcosa che si può già fare e in piccola parte si è cominciato a fare.
Ma si potrebbe fare su una scala molto maggiore se si potesse contare su un quadro politico adeguato, ossia un governo in grado di agire senza timori contro gli interessi e i privilegi delle lobby dell'energia, di colpire a fondo i consumi opulenti delle minoranze privilegiate della società, di accompagnare misure di rigore con il miglioramento dei servizi collettivi e dei livelli di vita effettivi della larga maggioranza della popolazione; ossia garantendo a tutti, non l'uso e l'abuso dell'auto privata (ormai sempre più costosa), ma piuttosto servizi adeguati ed economici di mobilità collettiva e sostenibile, nonché beni sociali essenziali come la casa, l'acqua, la sanità, la formazione di qualità, la fruizione della cultura e dell'ambiente...
Ma è proprio questa la posta in gioco dello scontro che si è aperto in materia di programmi energetici e di energia nucleare: continuare, e accelerare, in una direzione di marcia che conviene solo al grande capitale e a quel complesso di interessi che domina la nostra vita; o, viceversa, invertire questa tendenza, fare in modo che scelte di questa portata vedano attivi e protagonisti i soggetti sociali di norma esclusi, i lavoratori e le comunità locali, intese queste come l'insieme dei cittadini sensibili al bene comune e alla salvaguardia dell'ambiente per le generazioni future; non certo le aggregazioni clientelari di interessi miopi e particolari che sulle speculazioni e la manomissione del territorio hanno costruito in questo paese le fortune private di pochi e le disgrazie collettive di molti (come gli effetti del terremoto in Abruzzo e delle frane di Messina insegnano).

Sui prevedibili costi della "bolletta nucleare" segnalo questa iniziative di Greenpeace; in materia Greenpeace ha preparato questo efficace materiale informativo: la bolletta nucleare del 2020.

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