martedì 28 settembre 2010

USA. Già fermo il "rinascimento" nucleare

Diminuisce il prezzo del gas e cala la richiesta di energia


di Umberto Mazzantini (fonte: "greenreport", 20 settembre 2010)

La fonte è insospettabile: si tratta del World Nuclear News (WNN), l'agenzia delle multinazionali e delle imprese statali del nucleare mondiale, e la notizia è abbastanza clamorosa: un pezzo di "rinascimento" nucleare (e che pezzo) è praticamente in stand-by. «I piani per costruire nuovo nucleare negli Usa subiranno un ritardo a causa di una mancanza di domanda di energia elettrica, secondo il capo della Energy Nuclear Institute (NEI) - scrive WNN - Tuttavia, la pianificazione per il futuro della Tva prevede di aumentare la sua potenza nucleare nei prossimi 20 anni».
Parlando a Londra al simposio annuale della World nuclear association, il presidente del NEI Marvin Fertel detto che «La recessione economica, insieme al calo del prezzo del gas naturale, ha portato i prezzi energetici a scendere a livelli molto inferiori a quelli precedentemente previsti. Il Paese deve ora affrontare una situazione simile a quella di 15 anni fa, durante la quale si sono realizzati impianti a gas per 320 GW, rispetto a un totale di soli 20 GW di altre forme di produzione di energia. Il gas sta per diventare la parte dominante delle nuovi fonti di approvvigionamento».
Inoltre le 13 combined construction and operating licence (COL) riguardanti i progetti dei nuovi 22 reattori nucleari statunitensi sono attualmente sottoposti ad un'attenta revisione da parte della Nuclear regulatory commission (NRC), e Fertel è convinto che nemmeno l'industria nucleare si aspetta di costruire centrali e reattori nel prossimo futuro: «Se entro il 2020 iniziasse la costruzione da 4 o 8 reattori, questo sarebbe un avvio positivo per la costruzione di nuovo nucleare».

Il "rinascimento" nucleare americano per adesso è bloccato alla pre-fattibilità della costruzione di due nuovi reattori nucleari di Vogtle, in Georgia, e di V.C. Summer, in South Carolina, dove in ciascun sito è prevista la realizzazione di due reattori Westinghouse AP1000, il primo dei quali dovrebbe essere operativo nel 2016 a Vogtle. L'unico progetto davvero avviato è quello di Bar 2 della TVA in Tennessee che dovrebbe essere concluso nel 2013. Si tratta di un reattore la cui costruzione è stata sospesa nel 1985 e ripresa fra le proteste nel 2007.
Secondo Ferte, «A parte le Col applications dei reattori di Vogtle e Summer, le rimanenti domande che sono state presentate dovrebbero essere viste in termini di utile "posizionamento", in quanto la costruzione di nuovo nucleare ha senso come business decision. I tempi di costruzione di questi nuovi impianti vanno rivisti. Vedremo un certo numero dei nostri impianti nucleari, in particolare nel sud-est, andare ben oltre i tempi previsti. Nel prossimo futuro la domanda di elettricità sarà colmata dal gas naturale, il cui prezzo è destinato a rimanere basso dato che la produzione di gas da scisti continua a crescere. Inoltre, non ci sembra di vedere nel prossimo futuro l'approvazione di un disegno di legge che metta un prezzo al carbonio, cosa che aggiunge ulteriore vantaggio al prezzo del gas rispetto ai suoi concorrenti».

Pensare che la lotta al global warming sia l'unica speranza per la lobby nucleare che lo ha per lungo tempo negato dicendo che erano invenzioni dei soliti ambientalisti, può sembrare comico e assurdo, ma è proprio quello che pensa e spera Fertel: «L'obiettivo del Paese di ridurre le emissioni di anidride carbonica dell'80% entro il 2050 non può essere raggiunto senza una quantità significativa di nucleare. Solo così vedremo andare avanti in maniera significativa la sua realizzazione». Che è esattamente il contrario di quello che dicono gli ambientalisti Usa quando parlano di fuoriuscita dal petrolio e da tutte le altre energie fossili, nucleare compreso.


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lunedì 27 settembre 2010

Nucleare. La mappa dei siti per le scorie

Sogin, azienda pubblica controllata al 100% del ministero dell'Economia incaricata dello smantellamento delle centrali nucleari dismesse e della gestione delle scorie, ha consegnato il 23 settembre al governo la mappa delle aree idonee per la localizzazione dei depositi delle scorie nucleari (un deposito per lo stoccaggio delle scorie a bassa e media attività e il deposito per lo stoccaggio delle scorie ad alta attività). Si tratta di un altro passo importante sulla strada del "ritorno al nucleare" voluto dal governo Berlusconi.
Quello della Sogin non è comunque il documento definitivo. Questo deve basarsi sui criteri che saranno stabiliti nei dettagli dall'Agenzia per la sicurezza nucleare, che il governo non ha ancora varato. Dopo di che si aprirà la procedura per la localizzazione degli impianti (le centrali e i depositi delle scorie). Ma la mappa della Sogin (per il momento secretata, ma anticipata di fatto dal "Sole-24 ore"), tiene già conto dei criteri europei recepiti dalla legge istitutiva dell'Agenzia ed è, dunque, del tutto attendibile.
Va detto che i giornali hanno informato che il governo ha chiesto a Sogin di fermare per ora le procedure per i depositi, in attesa del varo dell'Agenzia e dell'attuazione della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS) del piano nucleare. Non si può escludere che la richiesta sia motivata anche dalle incertezze politiche di questa fase. Ma questi sono dettagli. Il cuore del problema è la definizione dei siti. A questo proposito può essere utile esaminare i criteri utilizzati.
La Sogin ha operato secondo criteri di esclusione. In altre parole si è partiti eliminando tutte le aree che sono inadatte ad ospitare i siti: tutte le zone più densamente popolate, le aree montane, le zone soggette a rischio idro-geologico e a rischio sismico, le isole, ecc. In questo modo ha definito questa mappa (anticipata dal "Sole 24 ore" del 23 settembre 2010).
Aspettiamo di conoscere con precisione i criteri che sono stati applicati per giungere all'individuazione delle aree idonee. Ma un'osservazione balza letteralmente agli occhi guardando il grafico: le aree del nostro paese giudicate "idonee" per ospitare un impianto nucleare sono nel complesso estremamente limitate e, prese singolarmente, non hanno che pochi chilometri di ampiezza!
Ne consegue direttamente una seconda osservazione: nessuna delle aree così individuate è abbastanza ampia da poter includere un'area di sicurezza di almeno una dozzina di chilometri di raggio attorno all'eventuale sito nucleare. Senza fare riferimento a Chernobyl (dove l'area di interdizione totale - che rimarrà tale per almeno cinque secoli - conseguenza della catastrofe del 1986, ha un raggio variabile dai 30 ai 50 chilometri), ricordiamo che un recente studio del governo tedesco ha rivelato un allarmante aumento delle leucemie infantili fra i residenti entro i 5 chilometri dalle centrali (come effetto dei rilasci ordinari di radioattività, anche in assenza di incidenti maggiori). E la situazione è anche peggiore intorno agli impianti di riprocessamento del combustibile, come La Hague in Francia o Sellafield in Gran Bretagna.
Ciò dovrebbe significare che, se l'individuazione dei siti risponde anche a una logica di sicurezza delle popolazioni, in Italia non ci sono aree idonee per l'installazione delle centrali nucleari!

Nel tentativo di indorare la pillola e di ottenere il consenso delle autorità locali, il governo ha previsto che i depositi di stoccaggio delle scorie siano realizzati nell'ambito di un "parco tecnologico" in cui siano localizzati centri di ricerca e sviluppo che potrebbero "portare lavoro" nelle località destinatarie dei depositi. Sembra che già una quarantina di aziende ed enti si siano dichiarati interessati alla cosa. Per la realizzazione di questo parco tecnologico occorre prevedere la disponibilità di un'area libera di 300 ettari. Aggiungendo questa condizione, la mappa delle aree idonee si riduce. Verrebbero in questo modo individuati una cinquantina di comuni concentrati in queste aree geografiche: Lazio settentrionale (Viterbese) e Toscana meridionale (Grossetano e Senese); le Murge e la fascia a cavallo fra Puglia e Basilicata; la bassa Lombardia (fra Cremona e Mantova); il Monferrato e la zona fra le Bòrmide in Piemonte.
Qui la mappa che ne risulta. Qui sotto l'articolo de "Il Sole 24 ore" del 24 settembre 2010.
[t.b., 27 settembre 2010]


Cinquanta comuni idonei per le scorie nucleari. Ecco la mappa dei siti possibili


di Jacopo Giliberto

Apriti cielo. La mappa delle possibili collocazioni del deposito per i residui atomici, pubblicata ieri, ha innescato la slavina prevedibile di dichiarazioni indignate e di comunicati stampa furenti. Chi vuole il generoso centro ricerche e il superbo parco tecnologico con annessi ben due stoccaggi di rifiuti nucleari? (Un deposito per le scorie a breve e media radioattività e uno per i residui a lunga attività). Le risposte possono essere riassunte con la locuzione «non qui».
Ma a qualcuno piace il progetto. Quaranta tra aziende e istituzioni - anche colossi dell'energia - sarebbero interessate a entrare nel centro ricerche e deposito atomico, non come costruttori ma soprattutto per aprirvi laboratori e attività di studio.

Oggi pubblichiamo una mappa ancora più dettagliata dei luoghi ritenuti idonei secondo i criteri dell'Aiea adottati dalla Sogin, la società pubblica del nucleare, sulla base degli stessi standard che erano stati utilizzati dalla task force dell'Enea nel 2003 e dal gruppo di lavoro stato-regioni nel 2008.
Rispetto alla cartina di ieri, nella mappa di oggi è stato adottato un criterio aggiuntivo di selezione scelto dalla Sogin: l'impianto avrà bisogno di 300 ettari, e così le zone indicate sul disegno qui a destra sono solamente quelle che hanno un'area di almeno 300 ettari. Qui ci sono i 52 comuni della lista finale.

Perché tanta emotività contro il progetto? Per Stefano Saglia, bresciano, sottosegretario allo Sviluppo economico, i comuni che si candideranno a ospitare gli impianti avranno vantaggi appetitosi. «L'idea del parco tecnologico è una felice intuizione perché il deposito delle scorie derivanti dalle attività nucleari diventa un polo molto attraente». Ci sono molte esperienze di successo nel mondo. «La Sogin ha potuto seguire quanto hanno fatto per esempio in Francia, Spagna e Olanda, dove gli impianti sono luoghi frequentati da visitatori e affollati di ricercatori. Il progetto della Sogin parla di un grande laboratorio di ricerca in cui saranno anche ricoverate le scorie ma dove soprattutto si esercita un'attività scientifica e divulgativa di forte attrazione, come testimonia il caso dell'uisine nucléaire di Le Hagues, in Francia, visitata da migliaia di persone al giorno».

La Sogin ha condotto il suo lavoro di analisi con tempismo perfetto. «La legge dava tempo fino al 23 settembre perché la Sogin completasse lo studio, e la società ha svolto perfettamente il suo ruolo - aggiunge Saglia - come aveva sottolineato il ministro a interim dello Sviluppo economico, Silvio Berlusconi, nella lettera in cui spiegava che la data di consegna non è prerentoria. La mappa, cioè la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, dovrà essere esaminata dall'agenzia della sicurezza nucleare e sarà sottoposta alla valutazione ambientale strategica. Poiché non si possono ancora svolgere queste due tappe fondamentali, va da sé che il documento - specifica il sottosegretario - è una tappa del percorso, e se l'agenzia cambierà i criteri l'elenco potrebbe dare risultati diversi».

Il problema da affrontare non è solamente per le centrali future. «Stiamo lavorando a un progetto che purtroppo tarda da 20 anni. Il programma nucleare del governo ha permesso di riaprire la ricerca di una soluzione per un problema non risolto in 20 anni: oggi l'eredità nucleare e le scorie radioattive che si generano da attività industriali e sanitarie è distribuita fra moltissimi depositi sparsi per l'Italia. Il progetto del deposito nazionale ha un aspetto innovativo - aggiunge Saglia - e cioè che quando sarà completato l'iter di selezione metteremo in competizione i territori che vorranno ospitare gli impianti. Il parco tecnologico e il deposito producono occupazione di alta qualità, e non solo per la costruzione (500 persone per 10 anni) ma anche perché la località diverrà una piccola capitale della ricerca».

La strategia nucleare del governo - un documento agile - è sostanzialmente pronta e la sua ufficializzazione formale dipende dall'insediamento dell'agenzia di sicurezza nucleare. Il prossimo Cipe potrebbe anche delineare le scelte tecnologiche da adottare per le centrali, ovvero i reattori Epr della francese Areva (per i progetti di EdF ed Enel) e probabilmente la tecnologia statunitense Westinghouse (per la cordata di Eon con Gaz de France Suez); escluse forse altre soluzioni, come i reattori canadesi Candu oppure i Vver russi.

Una veloce selezione dei commenti di ieri rischia di essere ripetitiva: se ne sceglie qualcuno. Ecco le regioni più coinvolte: «Mi opporrò a ogni ipotesi di nucleare», sbotta il presidente della Toscana, Enrico Rossi; «Avranno la più civile, pacifica e partecipata reazione popolare della storia pugliese», aggiunge Nichi Vendola dalla Puglia. «Nulla verrà fatto senza la condivisione dei territori interessati», dice più conciliante il presidente della Basilicata Vito De Filippo; in Lazio insorgono tra gli altri anche i dipietrini e Sinistra ecologia libertà....


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Unicredit. Il "Profumo" di Grillo e delle sinistre

di Marco Ferrando

Piccole vicende dell’ordinaria vita borghese possono fornire squarci di luce illuminanti sulla natura delle cosiddette “opposizioni”. Sia di quelle liberali. Sia anche di quelle che si presentano come “radicali” o antisistema.


La destituzione del banchiere Profumo dai vertici di Unicredit è al riguardo esemplare. 
Tutto l’arco delle opposizioni, in forme diverse, ha pianto l’estromissione del più grande banchiere italiano.
Il PD ha rivendicato la figura di Profumo come banchiere autentico, di profilo europeo e non provinciale, estraneo alle bassezze della politica. Al punto che il quotidiano "la Repubblica" non ha perso tempo per indicarlo come un possibile candidato premier del centrosinistra in contrapposizione a Berlusconi. 
Si tratta di una posizione naturale. Il PD è il partito borghese italiano più vicino al mondo bancario, in particolare attraverso l’associazione dalemiana Italiani europei (direttamente finanziata da grandi banche). 
Il vicesegretario del PD, Enrico Letta, ha recentemente promosso un pubblico incontro tra la propria componente e il fior fiore dei banchieri italiani (Profumo incluso).

Del resto lo stesso Profumo, come tutti ricordano, è stato grande elettore alle primarie sia di Romano Prodi nel 2006, sia di Walter Veltroni nel 2008. Non a caso l’impronta dei banchieri sulle politiche dei governi di centrosinistra negli ultimi 15 anni è stata davvero indelebile: dalla promozione dei Fondi pensione sino all’abbattimento dell’Ires sui profitti bancari (dal 34% al 27% nella sola Finanziaria Prodi del 2007). E il centrosinistra ha difeso significativamente l’“autonomia” e la sacralità delle banche dalle battute populiste (del tutto ipocrite) del ministro Tremonti o dalle “ingerenze” politiche di centrodestra. La difesa liberale di Profumo non fa dunque una grinza.
Colpisce invece l’allineamento ai liberali dell’intero mondo delle sinistre. 
Valentino Parlato su "il manifesto" ha denunciato, in prima pagina, la liquidazione politica di “un banchiere di sinistra, di qualità, capace di mantenere in ordine e far crescere Unicredit” ( 22 Settembre). Il quotidiano "Liberazione" ha seguito a ruota, affermando che Profumo avrebbe “rotto le regole non scritte del capitalismo italiano e il suo rapporto simbiotico con la politica, assicurando a Unicredit un profilo europeo, indipendente dai palazzi romani... vicino all’economia reale” pur senza sostenere un’adeguata “politica di intervento pubblico”. Beppe Grillo, a sua volta, ha denunciato l’eliminazione del “banchiere italiano più stimato in Europa”, estraneo al “Sistema”, e per questo vittima del complotto della Lega e dei “Partiti”  (v. blog). 
Tutti insomma sembrano celebrare con Profumo la naturalità di una banca capitalista ideale e moderna, insidiata dalle forze estranee della “politica” (provinciale e maneggiona). 
Disgraziatamente per loro... “la banca capitalista ideale” vive di rapina (come ogni banca). E la politica dominante (di ogni colore) supporta le banche.
Non confondiamo intanto due piani distinti. Un conto è il profilo dell’operazione anti Profumo, e un conto la natura della più grande banca capitalista italiana (e dell’amministratore delegato che l’ha gestita e impersonificata per 15 anni).
E’ indubbio che alla liquidazione del banchiere abbiano concorso anche appetiti politici leghisti (in particolare veneti) legati alle fondazioni bancarie. Come è indubbio che vi possa aver partecipato il banchiere Geronzi (unico grande banchiere berlusconiano). Del resto, che la lotta politica borghese si svolga anche nei labirinti del capitale finanziario in funzione di diversi interessi e cordate è cosa ovvia. Ciò che non è affatto ovvio è la difesa ammirata della natura del principale istituto del capitalismo bancario, e la rivendicazione della sua “autonomia”, da parte delle sinistre cosiddette “radicali” o di Grillo.
Stiamo scherzando? 

Unicredit è, per molti aspetti, il cuore economico dell’imperialismo italiano. E’ nata e si è sviluppata attraverso le gigantesche privatizzazioni bancarie della seconda repubblica a partire dal '92, sospinte dai governi Amato, Ciampi, Prodi (a proposito di..autonomia dalla politica). Ha beneficiato, direttamente e indirettamente, delle politiche di detassazione di rendite e profitti promosse indistintamente da centrodestra e centrosinistra per ben 15 anni ai danni del lavoro salariato. Quale grande detentrice di titoli di Stato (tassati scandalosamente al 12,5%), beneficia ogni anno del pagamento statale degli interessi sul debito pubblico, concorrendo così alla rapina sociale su scuola, sanità, pensioni, servizi, contro la maggioranza della società italiana. 
Coi soldi regalati dai governi o rapinati a lavoratori e risparmiatori italiani (e non solo), ha promosso un’espansione internazionale enorme, con acquisizioni (Hvb e Capitalia), fusioni, partecipazioni finanziarie in tutta Europa e in particolare nell’Europa dell’est (soprattutto in Polonia e nei Balcani), contribuendo alle privatizzazioni antioperaie di quei Paesi, all’estensione della dittatura del mercato, al supersfruttamento di manodopera a basso costo.
Come tutte le banche capitaliste ha fatto affari con tutti i governi. Incluso peraltro il governo Berlusconi cui ha garantito il sostegno determinante alla cosiddetta Banca del Sud (in funzione della rapina del Nord) e la creazione del primo fondo pubblico-privato per la ricapitalizzazione delle Pim (nuovi soldi di contribuenti e piccoli risparmiatori ai capitalisti). E’ un caso che Tremonti si sia prodigato sino all’ultimo per salvare Profumo, in contrasto con un settore della stessa Lega?
L’incredibile abbellimento di Profumo e Unicredit da parte delle sinistre obbedisce in realtà a due ragioni complementari. La prima è che se si vuole fare l’Alleanza Democratica con il centrosinistra liberale, ricandidandosi a sostenere un suo governo, occorre subordinarsi alla difesa di quelle banche che fanno parte organicamente della sua costituzione materiale. Del resto, se si votarono negli anni di governo le politiche e i programmi delle banche, in cambio di ministeri o ruoli istituzionali, non si capisce perché la stessa prospettiva politica non dovrebbe trascinare le stesse conseguenze. 
Ma c’è una ragione più profonda. Le sinistre e lo stesso Grillo, al di la delle chiacchiere, non immaginano un mondo senza capitalismo. L’anticapitalismo, quando c’è, è retorica verbale o comiziesca, a fini elettorali, non un programma reale di trasformazione. Ne deriva che le banche private sono un istituto naturale del paesaggio sociale, salvo chiedere loro eventualmente (e invano) un po’ di pietà per lavoratori e piccoli risparmiatori. E dunque se una grande banca privata “fa bene” “è stimata in Europa” o è insidiata dalla Lega, è naturale difendere l’autonomia e il prestigio della banca. L’argomentazione di Grillo è al riguardo esemplificativo di una concezione del mondo. Per il comico guru “il Sistema” non è la dittatura degli industriali e dei banchieri sul lavoro salariato (per il quale non mostra interesse), ma l’indistinta cupola della “Vecchia Politica dei Partiti” che si intromette nella vita reale dell’”economia” (senza aggettivi) per condizionarne il corso e lederne le virtù. 
La soluzione? 
Non il rovesciamento del capitalismo, a partire dalla nazionalizzazione (senza indennizzo) delle banche, ma la difesa dell’autonomia delle banche dalla “Politica”. Anche dalla politica anticapitalista. Non la nazionalizzazione di Unicredit, ma la difesa di Profumo, in ...compagnia di quella politica liberale dei “morti viventi” contro cui, a volte, si inveisce nei comizi. 
Non il controllo operaio e popolare sul sistema finanziario, quale condizione decisiva di un’alternativa di società, ma un rosario di innovazioni telematiche e tecnologiche all’interno di questa società. 
Non un altro potere nel mondo reale, ma l’immaginario del mondo virtuale. Nel mondo reale, viva Profumo, e l’autonomia dei banchieri. Dunque il potere borghese.
C’è di più. Il risvolto politico paradossale di questa difesa di Profumo è un ulteriore insperato regalo alla Lega di Bossi: che avrà un argomento in più per denunciare una sinistra chic, amica dei banchieri, e per dare un’immagine popolare alla propria rivendicazione di controllo sulle banche.
Come sempre la sudditanza al capitalismo “democratico” è benzina nel motore della reazione. Tanto più in tempo di crisi sociale.
Quanto a noi, troviamo confermate, ancora una volta, tutte le nostre ragioni. La liberazione del lavoro salariato dallo sfruttamento del capitale non verrà dai parolai di una sinistra subalterna o di un populismo democratico, ma solo da un programma reale di rivoluzione sociale e da un partito che per questo si batta in ogni lotta.

(fonte: sito del PCL)

mercoledì 22 settembre 2010

Picco del petrolio. La fine del futuro



Ho trovato in rete questa intervista di due anni fa del "manifesto" a Alberto Di Fazio sull'esaurimento del petrolio. Due anni fa il prezzo dell'"oro nero" avevano toccato i 150 euro al barile. Poi il crollo economico ha fatto scendere le quotazioni a 70-80 dollari il barile. Ma questa "tregua" non deve ingannare: la produzione petrolifera sta realizzando il suo "picco", se non l'ha già toccato, e ciò significa che è cominciato il tempo del tramonto storico di questa risorsa energetica.




Chi è Alberto Di Fazio? Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione nazionale Cnr/Igbp (Programma internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle parti sotto la Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici). Insomma uno che non è abituato a parlare a vanvera.
[t.b., 22 settembre 2010]


La fine del futuro 


Intervista di Francesco Piccioni con Alberto Di Fazio (fonte "il manifesto" 12 giugno 2008)

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?

Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il "picco" e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto ‒ l'Arabia Saudita e altri minori ‒ non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno "piccato" per primi nel 1970, dopo aver "carburato" col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia ; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile ‒ tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) ‒ mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.

Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo ‒ 20 o 30 anni ‒ per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il "picco" delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di "grandi giacimenti" appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.

Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' "grande" per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti ‒ la metà di quelle iniziali ‒ questo giacimento sposta il "picco" di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il "picco" di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?

Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le "non rinnovabili" c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un "ponte" a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?

Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli "necessari". E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?

In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?

Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'"esaurimento"!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il "picco" si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul "picco" già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto ‒ un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) ‒ è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.


Sul sito "www.ariannaeditrice.it" in cui ho trovato l'articolo, c'erano anche due commenti che vale la pena di riprodurre.

Greggio e capitale, togli il "turbo" dal motore

di Tommaso De Berlanga

Un solo barile di petrolio - 159 litri circa ‒ contiene la stessa energia spesa in 25.000 ore di lavoro muscolare umano, l'equivalente di 12 persone al lavoro per un anno. In più, è ricco di elementi chimici fondamentali per l'industria farmaceutica e dei fertilizzanti; è la base della plastica e di mille altri componenti costitutivi del mondo contemporaneo. E fin qui è stato praticamente gratis. Non c'è infatti paragone tra quel che viene pagato il lavoro umano, anche nel più povero dei paesi del mondo, e il prezzo di un barile di greggio. C'è un esempio, fatto da alcuni scienziati, che chiarisce il concetto. "Riempite la vostra macchina di amici e qualche borsone, partite e andate finché non avrete consumato un euro di benzina, ossia 7- 8 chilometri . Andate a Dacca e chiedete a un portatore di risciò di fare lo stesso lavoro per lo stesso prezzo. Poi cominciate a correre".
Si può affermare senza tema di smentita che il greggio abbia rappresentato per un secolo il vero e proprio "turbo" applicato al motore del capitalismo, quello che gli ha permesso di realizzare risultati altrimenti inconcepibili. La rivoluzione industriale basata sul carbone aveva fatto raddoppiare la produzione e perciò anche la popolazione umana; il petrolio ha moltiplicato per 10 quelle cifre. Nessuna organizzazione del lavoro, neppure la più scientifica e dittatoriale, avrebbe potuto conseguire lo stesso risultato, senza questa fonte di energia di fatto gratuita.
Se hanno ragione gli scienziati che studiano il "peak oil" ‒ l'unica incognita nei loro calcoli è rappresentata dalla quantità delle riserve ufficiali (in genere un segreto di stato, quasi sempre con dati sovrastimati) ‒ questo "turbo" sta per fondere. Dopo il "picco" l'estrazione di greggio comincerà a scendere, rendendo impossibile non solo la "crescita" ma persino il mantenimento dell'attuale struttura dei consumi. Siamo incerti insomma solo sul "quando" ciò avverrà, non sul "se". La stessa Agenzia internazionale dell'energia, dipendente dall'Ocse, ipotizza il drammatico momento di svolta nel 2013. Nel frattempo, prevede una carenza del 10% dell'offerta rispetto alla domanda entro pochi anni. Domattina, in pratica.
I principali governi mondiali sono quindi più che informati. Ma non si ha notizia di un qualche "piano" per affrontare l' incipiente emergenza. Un problema di queste dimensioni, che mette in discussione l'esistenza stessa della civiltà fin qui raggiunta, nonché la vita immediata della stragrande maggioranza della popolazione globale, richiederebbe ‒ secondo logica ‒ quantomeno un "governo mondiale" e un'infinita capacità di cooperazione. Sogni proibiti, in un mondo condannato a morte dall'imperativo multipartisan della "competitività": tra imprese (e relativi lavoratori), filiere, paesi, continenti. Una "competizione di tutti contro tutti" che ci pone già oltre la fine della (seconda) globalizzazione. E che prepara solo conflitti. Chi aveva più informazioni e potenza militare ‒ gli Usa ‒ è già corso all'accaparramento delle risorse strategiche residue, conquistando (difficoltosamente) l'Iraq e presidiando il Golfo (il 65% delle riserve conosciute). Gli altri si arrangino.
A lasciar fare al mercato, insomma, la fine è nota. Una sinistra degna di questo nome avrebbe un terreno sconfinato su cui lavorare e ricostruire un senso.


Quella crisi sistemica tra il 2020 e il 2030

a. d. f.

Appare ormai dovuta una candidatura al Nobel per la fisica a Dennis Meadows, capo scientifico della task force del MIT, per aver studiato una modellistica estensiva del sistema terrestre ed averne previsto ‒ dal 1971-2 ad oggi ‒ l'evoluzione nei suoi parametri principali (prodotto industriale, popolazione, risorse, prodotto agricolo ed inquinamento) con notevole approssimazione, lanciando un monito circa la crisi sistemica attesa circa tra il 2020 e il 2030. Ciò per l'alto valore scientifico e per la sua significanza per le possibili misure mitigative della crisi, per aver gettato le basi per il concetto di società sostenibile, per aver previsto la crisi climatica su scala mondiale, sulla quale 17 anni dopo ‒ nel 1988 ‒ le Nazioni Unite hanno poi istituito l'Ipcc (il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici). In assenza ‒ per ora ‒ di premio Nobel per la scienza dei Cambiamenti Globali, si può benissimo supplire con il premio Nobel per la fisica, dato che la cibernetica modellistica dei sistemi complessi applicata al sistema Terra rientra benissimo nella geofisica ed in altre branche della fisica. A pari merito, il premio Nobel per la fisica andrebbe attribuito post-mortem al prof. Marion King Hubbert, che previde nel 1956 correttamente per il 1970 il picco del petrolio del territorio statunitense ‒ poi avvenuto effettivamente ‒ e quello mondiale nella prima decade del 2000, con uno studio delle conseguenze per tutte le attività umane, industriali, agricole e tecnologiche.


Argomenti collegati:

- Il sito di ASPO Italia, l'Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio, sezione italiana di ASPO International
- Picco del petrolio in vista 




Movimenti per l'acqua. Appello dell'assemblea di Firenze



Sabato e domenica scorsa si è svolta a Firenze l'assemblea nazionale dei movimenti per l'acqua e del comitato promotore dei tre referendum. Sono stati discussi vari punti: i compiti della prossima fase della campagna referendaria, la strutturazione organizzativa del movimento e del comitato referendario, un'azione per la moratoria dei processi in atto di privatizzazione dei servizi idrici in attesa della decisione referendaria, il lancio di una campagna capillare di autofinanziamento della campagna, ecc. Pubblico nel blog alcuni materiali su questa scadenza. In questo post l'appello finale dell'assemblea.
[t.b., 22 settembre 2010]


Appello dell'assemblea dei movimenti per l'acqua 

Firenze, 18-19 settembre 2010 

Noi donne e uomini dei movimenti sociali territoriali, della cittadinanza attiva, del mondo dell’associazionismo laico e religioso, delle forze sociali, sindacali e politiche, del mondo della scuola, della ricerca e dell’università, del mondo della cultura e dell’arte, del mondo agricolo, delle comunità laiche e religiose 

che in questi anni e in tutti i territori 

- abbiamo contrastato la privatizzazione del servizio idrico, perché sottrae alle collettività un diritto essenziale alla vita;

- abbiamo promosso e partecipato, nel Forum italiano dei movimenti per l'acqua o in altri percorsi, a iniziative ed azioni, socializzando i saperi e le esperienze, rafforzandoci reciprocamente, allargando la sensibilizzazione e il consenso;

- abbiamo promosso con oltre 400.000 firme una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione partecipativa;

- abbiamo promosso mobilitazioni territoriali, manifestazioni nazionali e appuntamenti internazionali per riappropriarci di ciò che a tutti appartiene, per garantire a tutte e tutti un diritto universale, per preservare un bene comune per le future generazioni, per tutelare una risorsa naturale fondamentale;

- abbiamo promosso una campagna referendaria che si è conclusa con lo straordinario risultato di oltre un milione e quattrocentomila firme raccolte;

consapevoli del fatto che

- il voto referendario apre una stagione decisiva per l’affermazione dell’acqua bene comune e della sua gestione pubblica e partecipativa;

- la battaglia dell’acqua è assieme una battaglia contro il pensiero unico del mercato e per una nuova idea di democrazia;

- la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua e del servizio idrico è incompatibile con conservazione della risorsa acqua, degli ecosistemi e più in generale dell’ambiente;

- una vittoria ai referendum della prossima primavera potrà aprire nuove speranze per un diverso modello economico e sociale, basato sui diritti, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone;

facciamo appello 

a tutte le donne e gli uomini di questo paese 

perché, in questi mesi che ci porteranno al referendum si apra una grande stagione di sensibilizzazione sociale sul tema dell’acqua, e si produca, ciascuno nella sua realtà e con le sue attitudini e potenzialità, uno straordinario sforzo di comunicazione sull’importanza della vertenza in corso e sulla necessità del coinvolgimento di tutto il popolo italiano, con l’obiettivo di arrivare all’affermazione dei tre referendum abrogativi.

Tutte e tutti assieme possiamo affermare l’acqua come bene comune, sottrarla alle logiche del mercato, restituirla alla gestione partecipativa delle comunità locali.

Tutte e tutti assieme siamo coinvolti nel problema e possiamo divenire parte della soluzione.

Il tempo è ora. Perché si scrive acqua e si legge democrazia.


Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Comitato promotore dei referendum per l'acqua pubblica



Argomenti collegati:

L'acqua non si vende. Sito internet del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e del coordinamento nazionale promotore dei referendum
L'acqua non si vende. Partono i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni. Una battaglia di civiltà, una battaglia contro il capitalismo
Non una authority, ma l'acqua pubblica, di Riccardo Realfonzo
Giornata mondiale dell'acqua. Preservare l'acqua bene comune e pubblico: una battaglia contro il capitale, una battaglia di civiltà
In difesa dell'acqua bene comune e pubblico. L'appello della manifestazione nazionale del 20 marzo a Roma
Acqua, come ci sarà tolta. Un articolo di approfondimento sulla legge che privatizza i servizi idrici locali.
- Chi della privatizzazione si è pentito: il caso di Parigi.
- Le rivolte dell'acqua in giro per il mondo:CochabambaKeralaEcuador.
- Per capire la logica della appropriazione capitalistica dei beni comuni (che trasforma i precedenti proprietari/possessori in poveri, in proletari, in "clienti" dipendenti...) sono illuminanti le pagine del XXIV capitolo del I libro del Capitaledi Marx dedicate alla "accumulazione originaria": in questo post se ne trova unasintesi; vi si può leggere anche la testimonianza di Tommaso Moro, l'autore diUtopia, sul fenomeno delle enclosures con cui nel XVI secolo si attuò la privatizzazione delle terre comuni.
Un Nobel comunista? Sul Nobel per l'economia 2009 a Elinor Olstrom, studiosa statunitense che si occupa da decenni della gestione dei beni comuni i cui studi hanno dimostrato che la gestione più efficiente è quella affidata alle comunità locali.
The Drama of the Commons: testo collettivo, curato fra gli altri da Elinor Olstrom, che fa il punto sugli studi internazionali in tema di beni comuni. Scaricabile gratuitamente.